Il Venezuela detiene attualmente la più grande riserva di petrolio al mondo, pari a 303 miliardi di barili, o al 17% del totale (OPEC – Annual Statistical Bulletin 2025). Questo Paese produce principalmente greggio pesante o extra-pesante, ovvero un petrolio molto denso e viscoso. Il greggio viene classificato in base al grado API: un grado inferiore a 25 lo definisce pesante, mentre un superiore a 40 lo definisce leggero. Questa caratteristica ostacola la sua estrazione, perché l’alta viscosità del materiale rende il suo scorrimento nei pozzi di estrazione più complicato e comporta maggiori costi, sia per questa fase sia per quella di raffinazione, a causa della necessità di intervenire tramite tecniche complesse.
Per capire i motivi che hanno portato il Venezuela, dopo una fase di forte espansione economica, alla profonda crisi odierna, dobbiamo analizzare come è stata gestita la risorsa nel corso del tempo e quali sono state le criticità che hanno portato alla situazione attuale.
CONTESTO STORICO ED ECONOMICO
Seppur la risorsa petrolifera abbia occupato un ruolo centrale nell’economia venezuelana sin dagli anni ’20 del secolo scorso, è all’inizio degli anni ’70 che, sulla scia della crisi petrolifera, le entrate dovute al petrolio esplodono. Per questo motivo, l’allora presidente Pérez decise di nazionalizzare il settore, che fin dagli anni ’20 era principalmente in mano a compagnie statunitensi, tramite la fondazione della PDVSA (Petróleos de Venezuela S.A.) continuando però a collaborare con gli operatori internazionali. In questa fase di espansione il Paese rimase fortemente dipendente dalle entrate petrolifere e non attuò particolari strategie di diversificazione. Per questo motivo, agli inizi degli anni ’80, il crollo dei prezzi del petrolio, la forte inflazione e il peso dei debiti con l’estero misero in crisi l’economia venezuelana. Con l’entrata in scena di Chávez, verso la fine degli anni ’90, lo Stato assunse ancora più controllo sulla risorsa petrolifera, fondamentalmente nazionalizzando molti giacimenti sulla fascia dell’Orinoco precedentemente gestiti da compagnie estere che vennero quindi espropriate. Le principali conseguenze furono la fuga dei fondi esteri dal Paese e l’aggravarsi della condizione di vulnerabilità verso le fluttuazioni dei prezzi internazionali.
Tra il 2014 e il 2016, quando il Venezuela era già in mano a Maduro, un nuovo crollo dei prezzi sul mercato del petrolio mise nuovamente in ginocchio il Paese: PIL e tassi di occupazione crollarono, mentre l’inflazione crebbe fino a raggiungere livelli di iperinflazione. La produzione di petrolio era invece ai minimi storici a causa di un lento deterioramento delle infrastrutture che ormai avanzava da anni a causa dello scarso investimento.
A peggiorare ulteriormente il quadro generale vi sono i difficili rapporti con gli Stati Uniti. Nel 2016 le prime sanzioni statunitensi sono principalmente rivolte verso alcune figure influenti del panorama politico venezuelano tramite congelamento degli asset. Dal 2017, con l’entrata in scena di Trump, le sanzioni si fanno invece più mirate e tendono a colpire le entrate monetarie del Paese derivanti dal petrolio e PDVSA, in particolare vietando all’azienda l’accesso ai mercati finanziari americani e riducendo drasticamente le proprie importazioni dal Venezuela. Queste misure furono particolarmente svantaggiose per il Venezuela poiché gli USA, anche grazie al fatto di disporre di infrastrutture pensate per lavorare il greggio pesante, rappresentavano il primo Paese importatore di petrolio venezuelano.
I MOTIVI DELLA CRISI
Ripercorrendo la storia, si può determinare quali sono stati i motivi per i quali la grande disponibilità di risorse petrolifere del Venezuela non ha portato ad un corrispondente vantaggio economico per il Paese. In primo luogo, come abbiamo visto, per estrarre e poi successivamente raffinare il greggio pesante, sono necessarie tecniche ed infrastrutture adatte. La sistematica mancanza di investimenti nell’infrastruttura petrolifera per sostenere ed espandere la produzione è quindi la prima causa. La seconda causa riguarda l’espropriazione dei giacimenti a danno delle compagnie private e la decisione dello Stato di prenderne il controllo. Fino agli anni ’20 del Novecento, il settore petrolifero venezuelano era in mano a compagnie statunitensi, ma durante gli anni ’70 lo Stato decise di avviare un processo di nazionalizzazione che si è andato sempre più a inasprire con il tempo. Questo fattore ha comportato un drastico calo produttivo del 70% dall’inizio degli anni 2000, quando la produzione raggiungeva circa 3 milioni di barili al giorno, ad oggi, poiché con questo processo di espropriazione, gli investimenti esteri diretti in Venezuela sono andati a diminuire sensibilmente e senza un investimento adeguato, le infrastrutture sono presto andate incontro ad uno stato di degrado e obsolescenza.
Fig.1: Produzione mensile di petrolio greggio in milioni di barili al giorno (Mb/d), gen 1973 – sett 2025

Fonte: U.S. Energy Information Administration
Infine, la situazione risulta aggravata da importanti dinamiche interne quali: la crisi economica che ha colpito il Paese dal 2013 a causa del crollo dei prezzi del petrolio, l’imposizione di pesanti sanzioni da parte degli Stati Uniti a partire dal 2017, l’iperinflazione che ha portato ad una forte svalutazione del Bolivar venezuelano e la dilagante corruzione.
Tutte queste dinamiche hanno quindi impedito al Venezuela di mantenere la propria infrastruttura petrolifera in buono stato, viceversa, essendo un’economia basata principalmente sul petrolio e dipendente dalle sue entrate, la situazione economica è risultata sempre più deteriorata. Ne consegue che, nonostante nel territorio si trovino grandi quantità di risorse, il Paese si trova impossibilitato a sfruttarle in modo efficiente e quindi a trarne un vantaggio economico.
CONCLUSIONI
Viene stimato che ad oggi la produzione petrolifera del Venezuela sia pari soltanto all’1% mondiale e secondo le dichiarazioni rilasciate a Bloomberg Line dall’economista Jonathan Fortun, il suo recupero richiederebbe un investimento di circa 10-15 miliardi di dollari nell’arco temporale di due-tre anni, mentre l’analista del settore Milton Montoya ha dichiarato che il ripristino delle infrastrutture per raggiungere livelli di produzione pari a 2,5 milioni di barili al giorno potrebbe richiedere investimenti di miliardi di dollari e un orizzonte di attuazione decennale. Il futuro del Paese rimane quindi più che mai incerto considerando le problematiche storiche e quelle attuali. Probabilmente, il Venezuela dovrà ancora una volta contare sulla risorsa petrolifera, ma per ottenere un risultato diverso, questa volta sarà necessario garantire stabilità politica, riattivare i legami con l’estero e sbloccare flussi in entrata di investimento, infine sfruttare gli eventuali proventi futuri per sviluppare altre attività e investire nella crescita di lungo periodo.




