Lo Stretto di Hormuz divide l’Iran dalla penisola di Musandam, ovvero dall’exclave dell’Oman negli Emirati Arabi Uniti, e connette il Golfo Persico con il Golfo dell’Oman e il Mare Arabico. Questo passaggio è fondamentale a livello globale: da qui transita circa il 20% di petrolio e GNL consumati nel mondo. Nel 2024 la U.S. Energy Information Administration (EIA) ha registrato un volume pari a 20 milioni di barili di petrolio giornalieri in transito nello stretto e circa 400 milioni di metri cubi al giorno di GNL.

Lo stretto è largo appena 34 chilometri nel punto meno esteso, con due corsie di navigazione da tre miglia ciascuna. Attorno a questo corridoio si affacciano otto paesi produttori di petrolio — tra cui Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar — che insieme rappresentano la spina dorsale dell’OPEC e una quota determinante dell’offerta energetica globale. Il 28 febbraio, a seguito degli attacchi militari condotti da Stati Uniti e Israele sull’Iran, Teheran ha risposto chiudendo lo stretto al traffico commerciale occidentale.

Le rotte alternative sono limitate e insufficienti a compensare la perdita. L’oleodotto East-West operato da Saudi Aramco, con capacità di circa 7 milioni di barili al giorno, termina nel porto di Yanbu nel Mar Rosso. L’altra via è l’oleodotto degli Emirati Arabi Uniti che raggiunge il terminal di Fujairah nel Golfo dell’Oman, con una capacità di 1,5 milioni di barili al giorno.

L’EFFETTO SUI MERCATI: PETROLIO E GAS ALLE STELLE 

Il blocco dello Stretto, sommato agli attacchi alle infrastrutture energetiche dei Paesi limitrofi, ha spiazzato i mercati in modo violento e immediato. Le quotazioni dei futures sul Brent sono passate da circa 71 dollari al barile alla vigilia del conflitto a superare quota 100 dollari intorno al 6 marzo — il livello più alto dal 2022 — per poi raggiungere due picchi fino a 116 dollari al barile al 19 marzo. Secondo alcuni analisti, lo scenario attuale potrebbe rivelarsi tre volte più grave dello shock petrolifero degli anni Settanta.

Il gas naturale ha seguito una traiettoria analoga: in Europa i prezzi hanno toccato 55,8 euro per megawattora, con un incremento del 74% rispetto ai livelli della settimana precedente all’inizio delle ostilità. In Asia i rincari del gas sono stati ancora più marcati, sfiorando il +54%. A livello logistico, i noli delle petroliere sono aumentati fino al 72% e i premi assicurativi per i rischi di guerra sono quadruplicati. I transiti giornalieri nello Stretto sono crollati da una media di 129 navi a febbraio a sole quattro unità il 9 marzo, con una riduzione del 97% del traffico marittimo.

IMPATTO SULLE PRINCIPALI REGIONI

L’Asia è il continente più esposto: l’84% del petrolio in transito era destinato ai suoi mercati, con Cina, India, Corea del Sud e Giappone che insieme rappresentano quasi il 70% dei flussi totali. La Cina risulta relativamente più flessibile grazie alle scorte di GNL e al trattamento preferenziale ricevuto da Teheran, che ha dichiarato di voler consentire il passaggio solo alle navi cinesi e turche. India, Corea del Sud e Giappone si trovano invece in una posizione più vulnerabile: l’India dipende dal Qatar e dagli Emirati per il 53% delle sue importazioni di GNL, mentre Bangladesh e Pakistan raggiungono rispettivamente il 72% e il 99% di dipendenza.

L’Europa, pur meno esposta sul petrolio, riceve tra il 12% e il 14% del proprio GNL dal Qatar e circa il 30% del jet fuel dalla stessa rotta, in un contesto già critico per le scorte ridotte e i prezzi alti ereditati dal conflitto in Ucraina. Gli Stati Uniti, pur non dipendendo direttamente dal Golfo, scontano i riflessi del mercato globale.

SCENARI E PREVISIONI

La crisi di Hormuz del 2026 è stata definita da più analisti come il più grande shock energetico dalla crisi petrolifera degli anni Settanta e la più grande interruzione nella storia del mercato petrolifero globale. Le sue conseguenze dipenderanno in larga misura da tre fattori: la durata del blocco, l’evoluzione militare del conflitto e la capacità delle riserve strategiche e delle rotte alternative di assorbire il contraccolpo.

Nel breve termine — da uno a tre mesi — il principale scenario è quello di una “stagflazione da importazione” per Europa e Asia orientale: inflazione energetica in forte crescita, rallentamento della produzione industriale e pressione sulle bilance dei pagamenti dei paesi importatori. Nel medio termine — da tre a dodici mesi — la crisi potrebbe accelerare in modo paradossale alcune transizioni strutturali. La Russia potrebbe consolidare i propri vantaggi competitivi nel mercato del greggio, poiché India e Cina avrebbero forti incentivi a incrementare le importazioni di petrolio russo come alternativa agli approvvigionamenti del Golfo. Sul mercato del GNL, la concorrenza tra Asia e Europa per le forniture atlantiche — in particolare quelle statunitensi — si intensificherebbe, tenendo i prezzi su livelli elevati anche oltre la crisi immediata.

Nel lungo termine, la crisi di Hormuz del 2026 potrebbe rivelarsi un acceleratore della diversificazione energetica globale e delle catene di approvvigionamento. Per i paesi importatori, la dipendenza da un singolo corridoio marittimo per un quinto del fabbisogno energetico mondiale si è rivelata una vulnerabilità sistemica difficile da ignorare. È plausibile che nei prossimi anni si assista a investimenti accelerati in capacità di rigassificazione, infrastrutture di stoccaggio del GNL.