La desertificazione del continente africano è una delle principali preoccupazioni internazionali sin dagli inizi del XIX secolo. Il termine stesso è stato reso popolare durante una conferenza delle Nazioni Unite tenutasi a Nairobi nel 1977. Quasi mezzo secolo dopo, l’osservazione è innegabile: il deserto continua ad espandersi in Africa. Ed è l’attività umana a causare questo disastro ambientale, sociale ed economico. Il 45% della superficie è minacciato: sotto la pressione combinata dei cambiamenti climatici, dell’espansione urbana e del crescente bisogno di terreni coltivabili, foreste e zone umide si stanno riducendo costantemente. Nella regione del Sahel e del Sahara, in particolare, questo accelerato degrado del suolo, sinonimo di distruzione della biodiversità e di aggravamento dei cambiamenti climatici, aumenta la vulnerabilità delle zone aride e semiaride.
A sud della vasta distesa sabbiosa del Sahara, 2 milioni di ettari di foresta e savana si stanno prosciugando ogni anno. Per questo motivo, a livello continentale esistono diversi programmi quadro e piani d’azione che vengono implementati per contrastare le minacce del degrado del suolo e della desertificazione nelle zone saheliane che confinano con il deserto del Sahara.
L’INIZIATIVA DELLA GRANDE MURAGLIA VERDE PER IL SAHARA E IL SAHEL (GMV)
Proposta inizialmente nel 2005 dall’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo al settimo vertice dei capi di Stato della Comunità del Sahel e del Sahara (CEN-SAD), nel 2007 l’Unione Africana ha avviato e concordato la costruzione di una Grande Muraglia Verde (GMV) lunga oltre 8.000 chilometri, da Dakar a ovest fino a Gibuti a est, coprendo oltre 780 milioni di ettari (IFAD; UNCCD, 2016) e 11 paesi: Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan, Eritrea, Etiopia e Gibuti.

Il suo obiettivo è contrastare gli effetti del riscaldamento globale e arrestare la desertificazione, ormai un vero problema planetario, e migliorare le condizioni delle popolazioni locali attraverso tre obiettivi specifici da raggiungere entro il 2030: (I) ripristinare 100 milioni di ettari di terreno attualmente degradato; (II) sequestrare 250 milioni di tonnellate di carbonio; (III) creare 10 milioni di posti di lavoro verdi e attività generatrici di reddito (UNCCD, 2016). La GMV ora è conosciuta a livello internazionale e globale, ricevendo attenzione e sostegno da numerose istituzioni internazionali, tra cui l’Unione Europea, la FAO e la Banca Mondiale. Tuttavia, a cinque anni dalla scadenza, l’obiettivo è ben lungi dall’essere raggiunto. Nel 2020, solo 17,8 milioni di ettari dei 100 milioni promessi erano in fase di ripristino (UNCCD, 2020).
Al centro dell’Agenda 2030 dell’Unione Africana per la GMV si trova la chiara direttiva di creare dieci milioni di posti di lavoro verdi, un’iniziativa audace per il mercato del lavoro volta a liberare l’occupazione rurale dalla precarietà indotta dai cambiamenti climatici. Con lo scopo di utilizzare il ripristino ecologico, armonizzando i diversi sforzi di rivitalizzazione locale focalizzati sul degrado ambientale come base per realizzare trasformazioni socio-economiche, la Grande Muraglia Verde mira a soddisfare la duplice esigenza dell’ambiente e dello sviluppo delle risorse umane (UNCCD, 2020). L’integrazione strategica delle popolazioni rurali locali nei mercati del lavoro dell’economia verde (green jobs), riveste un’importanza analitica significativa in quanto rappresenta una transizione cruciale da una dipendenza agricola di sussistenza a un quadro di stabilità socioeconomica e sostegno istituzionale.
L’accesso all’occupazione nell’Africa subsahariana alimenta un dibattito fondamentale sulle implicazioni socioeconomiche delle iniziative ecologiche su larga scala. Analogamente a molte altre regioni del mondo, le strutture produttive dell’Africa subsahariana rurale si basano su forme di occupazione in cui il settore primario, compresa la pastorizia, rimane la principale fonte di lavoro (OCSE/FAO, 2025).
LA GRANDE MURAGLIA VERDE OGGI: REALTÀ O MIRAGGIO?
La partnership con gli 11 paesi è stata siglata, ma con, ovviamente, differenze significative a seconda del contesto ecologico e politico locale di ciascun paese. Il Senegal rimane il paese pilota e il più attivo. Ha stanziato finanziamenti annuali ed è stato anche il primo paese a istituire un’agenzia nazionale dedicata esclusivamente all’attuazione di questo progetto, l’Agenzia senegalese per la riforestazione e la Grande Muraglia Verde (ASERGMV).
In un rapporto del 2020, la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD) ha individuato gli ostacoli che si frappongono al progetto della Grande Muraglia Verde. Oltre alla mancanza di un quadro legislativo a livello continentale, gli autori del rapporto hanno evidenziato una palese carenza di coordinamento tra i vari governi dei paesi coinvolti nel progetto. Durante l’attuazione locale del progetto transcontinentale sono inoltre sorti conflitti sull’uso del territorio. In uno studio pubblicato nel 2018, il geografo Ronan Mugelé ha indicato il “principale difetto” della GMV: il ruolo marginale attribuito alla pastorizia, che sembra essere il suo grande punto cieco. Non solo le pratiche pastorali non beneficiano di alcuna misura di sostegno (acqua per il pascolo, salute degli animali), ma possono anche essere sconvolte da nuovi ostacoli alla mobilità delle mandrie, riduzione dei pascoli disponibili all’interno di aree boschive..ecc
Una volta riconosciuto questo fallimento, sono stati avviati tentativi per rilanciare la Grande Muraglia Verde. Nel 2021, a margine del One Plant Summit tenutosi a Parigi, è stato inaugurato un acceleratore per la GMV. La prima priorità urgente individuata è stata quella di reperire i 33 miliardi di dollari necessari per raggiungere gli obiettivi del 2030. Nel 2024, l’Unione Africana ha definito una nuova strategia decennale per migliorare il ripristino degli ecosistemi e la resilienza dei mezzi di sussistenza in Africa. Due anni prima, era già stata elaborata un’altra nuova strategia, che copre il periodo 2023-2032.
Nonostante le altisonanti dichiarazioni rilasciate durante i vertici internazionali, dove si sono stanziati oltre 20 miliardi di dollari per il finanziamento, i ricercatori Annah Lake Zhu e Amadou Ndiaye rivelano un ampio divario tra le promesse dei media e la realtà sul campo per quanto riguarda il progetto della Grande Muraglia Verde. Questa differenza è dovuta alla combinazione di molteplici ostacoli burocratici e vincoli strutturali: da un lato, le rigide procedure di approvazione finanziaria di grandi istituzioni come la Banca Mondiale rallentano l’erogazione dei fondi (dei 14,3 miliardi di dollari approvati nel 2021, solo 2,5 miliardi sono stati effettivamente erogati entro il 2023); dall’altro, l’insufficiente capacità di assorbimento impedisce ai governi di gestire ingenti somme di denaro, costringendoli a destinare i finanziamenti ad altri settori, come la sanità e le infrastrutture. Infine, la ricerca dimostra come solo una minima parte dei finanziamenti raggiunga effettivamente il territorio, a causa dell’assorbimento di capitali nei processi amministrativi o della deviazione verso progetti di sviluppo che, pur essendo in linea con gli obiettivi generali, non si traducono in veri e propri interventi di riforestazione.
Per peggiorare ancora la delicata situazione finanziaria, c’è poi quella instabile situazione geopolitica che sembra imperversare nella regione: stati strategici quali il Burkina Faso, il Mali e il Niger si trovano infatti attualmente sotto il controllo di giunte militari atteggiate a riguardo ostile nei confronti dell’Occidente e responsabili della cancellazione di gran parte degli aiuti internazionali di lungo periodo, destinati alla gestione ambientale e allo sviluppo. Questo clima antioccidentale, associato al fatto che attualmente solo due degli undici stati impegnati nel progetto sono definiti come politicamente stabili, ha portato a una situazione di enorme fragilità dei siti rurali di implementazione; infatti, la mancanza di sicurezza e lo stato di guerra non solo impediscono gli interventi, ma possono anche mettere a repentaglio i risultati ottenuti, trasformando la GMV in una sfida che rischia di diventare ben più che ambientale e economica.
Sebbene gli obiettivi globali per il 2030 sembrino più irraggiungibili che mai, l’iniziativa della Grande Muraglia Verde ha comunque contribuito a promuovere numerosi progetti a livello locale, la maggior parte dei quali basati sui principi dell’agro-ecologia. Questi progetti si fondano spesso su tecniche e metodi antichi, profondamente radicati nelle pratiche agricole delle regioni interessate. Ciò è particolarmente vero per il cosiddetto sistema a mezzaluna (Zaï in termini locali): questa tecnica collaudata permette agli agricoltori di sfruttare al meglio le scarse precipitazioni. I canali, scavati a forma di mezzaluna, di circa due metri per quattro, formano una sorta di piccola rete che trattiene efficacemente l’acqua piovana. I “mini-bacini” che si creano, saturandosi di acqua e sostanze nutritive, contribuiscono non solo a rallentare la desertificazione, ma anche a migliorare la qualità dei terreni coltivabili.
Il contrasto contro la desertificazione riesce ad ottenere il suo miglior risultato quando agisce in pratica e su scala minore; senza la solidità di una volontà politica e senza la disponibilità di finanziamenti sufficienti, però, gli esempi locali di successo rischiano di diventare punti saldi di resistenza in un campo di battaglia che finirà col venir perduto. Anche se l’Africa è il continente il meno colpevole dal punto di vista ambientale, sono proprio i suoi abitanti a dover pagare l’ennesimo pedaggio socio-economico della crisi climatica.
*Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di I-Com




