Il nuovo volto del sistema elettrico europeo mostra un mercato incapace di adattarsi alla transizione che vede, da un lato, una contrazione della domanda, dall’altro, la crescita sempre più sostenuta della quota di fonti rinnovabili non programmabili nel processo di generazione di elettricità. Eurelectric, l’associazione europea dei produttori elettrici, riporta che circa il 54% dei 3101 TWh di elettricità prodotta nel 2013 proviene da fonti non fossili, con una crescita di oltre 7 punti percentuali in soli tre anni. Di questa parte, il 27% è costituito da energie rinnovabili, anche questo, un dato in aumento rispetto al 24% dell’anno precedente.
Gran parte di questo trend di crescita viene spiegato dall’installazione di capacità variabile, cioè relativa ad energia eolica e solare fotovoltaico, cha hanno rappresentato, ciascuna, circa un terzo dei complessivi 25,4 GW di capacità installata in energie rinnovabili nel 2013. Tuttavia, questo tipo di fonti di energia rinnovabile è caratterizzato da una forte dipendenza dalle condizioni climatiche e da una sostanziale incapacità di pianificazione e richiede, pertanto, una fonte complementare – e programmabile – di generazione elettrica, che funga da “back-up” e che possa dunque garantire una certa continuità e affidabilità al consumatore finale. Il problema è che, per la quasi totalità delle tecnologie, gli investimenti in nuova capacità appaiono oramai antieconomici: i costi di produzione dell’energia sono su livelli troppo alti rispetto al prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica, sceso ad una media europea di circa 50€/MWh, con range di costo dell’energia che oscillano invece dai 100€/MWh ai 200€/MWh per fonti quali quelle solari o da biomasse, fino a picchi che vanno dai 250€/MWh ai 350€/MWh per gli investimenti petroliferi, vale a dire ben sette volte il prezzo dell’energia. Ed infatti, nonostante ricoprano quote sempre più importanti nel mix di generazione elettrica, anche gli investimenti in rinnovabili sono in calo negli ultimi anni, con una riduzione di oltre il 50% in soli due anni (2011-2013).
Altro aspetto da sottolineare è il fatto che la riduzione del prezzo all’ingrosso non si riflette in un calo dei prezzi al dettaglio. Quest’ultimo risulta, anzi, in leggera crescita a causa di un aumento degli oneri di rete e delle tasse (queste ultime soprattutto per i consumatori industriali), tendenza che di certo non aiuta a fronteggiare la crisi di domanda di energia che caratterizza gli ultimi anni, domanda che è ritornata, in ambito europeo, ai livelli del 2005, con il contributo principale proprio dei clienti industriali piuttosto che di quelli domestici, il cui consumo è invece piuttosto costantemente, seppur in maniera moderata, aumentato. Tendenza simile viene riscontrata anche in Italia, dove il prezzo unico nazionale continua a scendere, attestandosi su una media di 53,8€/MWh nel 2014 (-17% rispetto al 2013), con prezzi finali che non hanno beneficiato del trend negativo, a causa soprattutto della crescita degli oneri di sistema.
Si rendono a questo punto necessari, secondo Eurelectric, due tipi di interventi: da un lato, un rafforzamento dell’emission trading system, tale da lanciare un segnale di prezzo che possa stimolare adeguatamente gli investimenti nelle tecnologie low-carbon, e dall’altro lo sviluppo di un mercato della capacità, in grado di valorizzare opportunamente la flessibilità.




