La Strategia Climatica e Energetica, che fissa un obiettivo di riduzione delle emissioni del 40% al 2030, di cui il maggior contributo dovrebbe provenire dai settori ETS, e l’attuale dibattito regolatorio circa l’ipotesi di una riforma dell’ETS stesso, rendono molto realistiche le previsioni di prezzi della CO2 al rialzo.
Col report “Flicking the switch: are electric utilities prepared for a low carbon future”, Carbon Disclosure Project (CDP), un’organizzazione no-profit indipendente che offre un sistema di misurazione, rilevazione e gestione a livello globale di informazioni riguardanti il cambiamento climatico e idrico, cerca di fare il punto sulla capacità delle principali utility europee di far fronte ai costi legati al cambiamento climatico. Lo scopo è quello di fornire agli investitori indicazioni utili in merito alla vulnerabilità delle utility, mostrando quali sono quelle che potrebbero risentire maggiormente dell’incremento del prezzo della CO2. L’indagine riguarda 13 utility europee, che coprono complessivamente l’80% dell’energia prodotta da utility. In particolare, il rapporto analizza la performance di ciascuna delle società esaminate con riguardo a 4 aree chiave: carbon risk, fonti rinnovabili, impiego di carbone e rischio idrico. A ciascuna di queste aree viene associato un peso a seconda del potenziale impatto che ciascuna potrebbe avere sulla redditività aziendale.
In cima alla classifica stilata da CDP si trova la spagnola Iberdrola, con un’ottima performance dal punto di vista delle rinnovabili, che sono responsabili del 26% della produzione totale, e per quel che riguarda l’impiego di carbone, con un ridotto grado di esposizione pari al 9%. Al secondo e terzo posto si piazzano le due più piccole utility tra quelle considerate, la britannica Centrica e l’austriaca Verbund che registrano una bassissima esposizione al carbone – nulla per quanto riguarda Centrica e pari al 7% per Verbund – e che, grazie all’impiego di asset a emissioni zero, si confermano leader in quanto ad intensità di emissioni. Aspetto molto rilevante quest’ultimo, soprattutto per quanto riguarda l’impatto sulla redditività aziendale di un probabile aumento del prezzo della CO2 nell’ambito dell’ETS, che si ipotizza possa salire a 18 euro: anche in un simile scenario peggiorativo, infatti, per le due utility l’impatto sarebbe contenuto e limitato a pochi punti percentuali (solo il 2% dell’EBIT, per Centrica, ed il 5%, per Verbund). E’ ben posizionata anche la nostra Enel, con una buona performance in quanto a rischio idrico e carbon risk, con un grado di erosione della redditività aziendale che arriverebbe ad un livello del 10% in caso di aumento del prezzo della CO2; Enel è inoltre la terza in Europa per impiego di fonti rinnovabili, ma è purtroppo anche tra i primi in quanto a generazione elettrica da carbone, fatto che le fa perdere punti, conferendole solo un quarto posto in classifica.
Sorprende, invece, trovare in coda alla classifica le francesi e le tedesche. La francese EDF, prima utility in Europa con una quota di mercato di circa il 25%, riesce a guadagnarsi solo una sesta posizione, principalmente a causa della ancora forte dipendenza dai combustibili fossili. Situazione simile per GDF Suez, in ottava posizione.
Peggio ancora le utility tedesche EnBW e RWE che, sempre a causa dell’elevata dipendenza dai combustibili fossili e la conseguente forte esposizione al carbon risk, restano troppo sensibili al prezzo della CO2, che in caso di crescita a 18€ arriverebbe ad erodere ben il 28% della redditività di EnBW e addirittura il 43% di quella di RWE.




