Nonostante i progressi nella prevenzione e nel trattamento, le malattie cardiovascolari (CVDs) rimangono la principale causa di morte nell’Unione europea, con significative disparità geografiche, di genere e socioeconomiche in termini di esiti e assistenza. Come riportato nel recente report OCSE, che evidenzia tre tendenze chiave di seguito approfondite, queste patologie si caratterizzano difatti, anche in Europa, per l’enorme impatto sanitario ma anche economico e sociale a causa della elevata mortalità prematura, così come dalla perdita di produttività e dagli elevati costi sanitari. Con il lancio di “Safe Hearts Plan” l’UE sembra aver colto l’urgenza di agire tempestivamente ma molti Stati membri, tra cui l’Italia, devono ancora stilare piani di intervento nazionali.

OCSE E UE LANCIANO L’ALLARME

Nelle ultime settimane l’OCSE ha presentato il nuovo report dedicato all’impatto delle malattie cardiovascolari nell’UE (“The State of Cardiovascular Health in the European Union”), un approfondito lavoro di analisi finanziato dall’Unione europea per accompagnare il lancio del “Safe Hearts Plan”, il nuovo piano per il contrasto alle CVD che vedrà la luce nel corso del 2026. Tre sono le principali evidenze riportate nel Report. La prima riguarda l’elevato tasso di mortalità associato alle patologie di questo tipo che, nonostante la crescente attenzione degli ultimi decenni, rimangono le più letali nel continente; la seconda mette in luce il forte collegamento tra le CVD e le disuguaglianze economiche e sociali; la terza – che chiama in causa il ruolo dei decisori e della salute pubblica – evidenzia come gran parte delle cause delle malattie cardiovascolari possano in realtà essere prevenute ed evitate.

LA PRINCIPALE CAUSA DI MORTE IN EUROPA E IN ITALIA

La prima evidenza, già ampiamente registrata negli anni, conferma che le malattie cardiovascolari (CVD) rappresentano ancora la principale causa di morte nell’Unione europea e in gran parte dei paesi OCSE. Secondo i dati OCSE ed Eurostat, esse sono infatti di un terzo (32,7%) dei decessi totali nei Paesi UE, superando i tumori e tutte le altre patologie croniche. In termini assoluti si stima che ogni anno siano 1,7 milioni i decessi causati da CVD in Europa, un dato che mostra con chiarezza l’urgenza di un’azione sistemica e strutturata a livello sovranazionale.

Dal punto di vista epidemiologico le CVD colpiscono oggi circa 62 milioni di persone in Europa, con oltre 13 milioni di nuove diagnosi registrate ogni anno. Si tratta, come è evidente, di cifre enormi, che fanno sì che ad oggi più del 13% della popolazione totale dell’UE sia affetto da tali mali, con trend in aumento legati all’invecchiamento demografico e all’esposizione a fattori di rischio modificabili. Tale tendenza – oggi fortemente attenzionata dall’UE – riguarda in modo particolare l’Italia, Stato caratterizzato dal più rapido invecchiamento demografico del continente e che già oggi vede nelle CVD la principale causa di morte nel Paese. Sono, infatti, circa 230.000 i decessi all’anno (oltre 25 decessi ogni ora) legati alle patologie cardiovascolari, con una prevalenza stimata di oltre 7,5 milioni di persone affette, soprattutto nella fascia di età over 65. Le principali cause di morte cardiovascolare in Italia sono l’infarto miocardico, l’ictus cerebrale e l’insufficienza cardiaca cronica, che impattano in modo più severo nei contesti socioeconomici svantaggiati

LA PATOLOGIA CHE SI INSIDIA DELLE DISUGUAGLIANZE SOCIOECONOMICHE

Oltre all’elevata mortalità della patologia, una seconda caratteristica delle malattie cardiovascolari rimarcata dall’OCSE è il forte collegamento che queste hanno con le disuguaglianze economiche, sociali e geografiche. Il rapporto Atlas of Cardiovascular Disease Statistics della European Society of Cardiology sottolinea difatti che i tassi di mortalità per CVD standardizzati per età risultano fino a 2,5 volte più alti nei paesi a medio reddito rispetto a quelli ad alto reddito, evidenziando un chiaro gradiente socio-economico nella distribuzione della mortalità. Questi dati suggeriscono che l’equità socio-economica rappresenta una leva essenziale nella prevenzione cardiovascolare e che ogni strategia di intervento deve necessariamente integrare una dimensione redistributiva e inclusiva.

Anche nell’analisi epidemiologica a livello continentale si rileva un impatto disomogeneo: alcune nazioni, in particolare, registrano tassi di mortalità significativamente più elevati rispetto alla media UE. Tra queste, ad esempio, figurano le Repubbliche baltiche, la Bulgaria, la Romania e l’Ungheria, dove il tasso di mortalità per malattie cardiovascolari è quasi il doppio rispetto ai paesi dell’Europa occidentale come Francia, Italia, Portogallo e Spagna. Questo divario è spesso il risultato di determinanti sociali della salute, come livello di istruzione, reddito, accesso ai servizi sanitari, oltre che ai già citati stili di vita.

Analogamente alle differenziazioni tra paesi e regioni europee, anche in Italia, la prevalenza delle malattie cardiovascolari è marcata da forti disparità territoriali: secondo i dati ISTAT e del Ministero della Salute, i tassi di ospedalizzazione per scompenso cardiaco o ischemia miocardica sono sensibilmente più alti in alcune Regioni del Sud, in particolare in Campania, Calabria e Sicilia, rispetto al Centro-Nord. Questa disomogeneità si riflette anche sulla mortalità evitabile: in alcune ASL meridionali il tasso di mortalità per eventi cardiovascolari acuti è fino al 30% più elevato rispetto alle regioni più virtuose.

CAUSE E CONSEGUENZE (IN BUONA PARTE) EVITABILI

La terza, e probabilmente più rilevante, evidenza nuovamente rimarcata dal Report OCSE è il fatto che molti dei mali legati alle CVD potrebbero in teoria essere evitati: viene infatti riportato che più di tre quarti dei decessi per CVD nell’UE sono legati a rischi modificabili. I più impattanti tra questi, essendo responsabili per il 68% delle morti, sono i fattori metabolici (es. ipertensione, diabete e obesità), ma anche altri rischi, come quelli comportamentali (causa del 37% dei decessi) e quelli ambientali (responsabili per il 18% dei decessi), hanno un peso non insignificante.

Sebbene interventi preventivi su questi ambiti consentirebbero di salvare numerose vite e di limitare l’impatto delle patologie cardiovascolari anche sui sistemi sanitari, nell’ultimo decennio l’esposizione ai rischi metabolici è aumentata notevolmente, e l’andamento epidemiologico e sociale su diversi fattori di rischio non tende a una contrazione: nonostante i tassi di fumo siano in forte e costante diminuzione, il diabete, il colesterolo alto, l’ipertensione, la scarsa attività fisica, l’obesità e lo stress legato al lavoro sono in aumento in molti paesi UE e OCSE. Delle 15 metriche relative al rischio cardiovascolare riportate da OCSE, infatti, otto sono peggiorate e le restanti sette indicano livelli elevati di esposizione della popolazione: ad esempio, una persona su cinque (22 %) che vive nell’UE soffre di ipertensione, una su sette è obesa (15 %), una su 13 (8%) è affetta da diabete, e vi è forte evidenza che anche la crescente depressione (27% degli adulti UE over45 presenta almeno quattro sintomi depressivi) e diffusione le malattie mentali gravi (tra cui la schizofrenia o il disturbo bipolare) sono associate a un aumento del rischio di infarto miocardico, ictus, angina e cardiopatia coronarica.

Infine, in collegamento con il paragrafo precedente, si evidenzia come la diffusione dei fattori di rischio modificabili – come ipertensione non diagnosticata, ipercolesterolemia, diabete di tipo 2, sedentarietà, alimentazione squilibrata e fumo – varia considerevolmente tra le regioni, amplificando le diseguaglianze. In alcune aree dell’Europa orientale, ad esempio, oltre il 40% della popolazione adulta presenta almeno due fattori di rischio concomitanti.

IL “SAFE HEARTS PLAN” E LA RISPOSTA DELL’UE

I numeri sopra descritti, in gran parte già noti quantomeno per la portata e le tendenze, hanno fatto sì che le malattie cardiovascolari diventassero uno dei principali pilastri di intervento dell’UE per il 2026. Difatti, oltre che per le conseguenze sulla salute degli individui e delle comunità, l’ampia diffusione delle CVD e delle sue ricadute grava anche sulla sostenibilità economica e finanziaria dell’Unione e dei SSN degli Stati membri: secondo le stime più recenti, il costo complessivo delle malattie cardiovascolari nell’UE ammonta a circa €282 miliardi l’anno (oltre €630 pro-capite l’anno), includendo spesa sanitaria diretta, perdita di produttività e costi informali di assistenza. Si tratta di circa l’11% della spesa sanitaria totale europea e di circa il 2% del PIL dell’Unione, rendendo le malattie cardiovascolari una delle principali voci di spesa pubblica in ambito sanitario con un onere combinato delle spese sanitarie e dei costi dell’assistenza informale significativamente maggiore rispetto a tutte le altre patologie.

Tale contesto ha portato la Commissione europea a lanciare la prima iniziativa dell’Unione sulla salute cardiovascolare, il già citato “Safe Hearts Plan” presentato ufficialmente a dicembre 2025. Questo storico annuncia rappresenta la prima volta in cui la salute cardiovascolare viene affrontata direttamente a livello europeo ed è stato accolto con grande favore dalla comunità scientifica e dalle associazioni di pazienti. Questo nuovo intervento nasce soprattutto con l’obiettivo di colmare il vuoto di coordinamento tra gli Stati membri e di promuovere un approccio integrato alla prevenzione, diagnosi e trattamento delle patologie cardiovascolari. Inoltre, prevede investimenti aggiuntivi per un totale di oltre €2,5 miliardi sulle malattie cardiovascolari e la ricerca in questo ambito.

L’ITALIA E LA MANCANZA DI UN PIANO NAZIONALE SULLA SALUTE CARDIOVASCOLARE

Punto centrale del “Safe Hearts Plan” è la richiesta ad ogni Stato di stilare o aggiornare il proprio Piano Nazionale sulla salute Cardiovascolare, una documentazione strategica e di programmazione che, negli ultimi decenni, è stata sviluppata dalla stragrande maggioranze degli Stati UE. Tra i pochi stati a non prevederne una vi è, tuttavia, ancora l’Italia: nonostante le pressanti richieste della comunità internazionale ma anche delle società scientifiche nazionali, il nostro Paese risulta ancora sprovvisto di una strategia complessiva che intervenga tanto sugli aspetti preventivi e di cura, quanto su quelli di finanziamento e di programmazione economica-organizzativa.

Le conseguenze della mancanza di un Piano di questo tipo sono evidenti e, spesso, drammatiche tanto per i percorsi di cura e terapia quanto per l’effetto che tale vuoto di programmazione ha sulle disparità regionali. Ad esempio, un’ulteriore criticità italiana è la mancanza di programmi strutturati di screening cardiovascolare nella popolazione generale, sebbene le evidenze scientifiche dimostrino l’efficacia di check-up preventivi, soprattutto nella fascia over 50. Alcuni progetti pilota sono stati avviati a livello locale, ma l’assenza di una strategia nazionale omogenea limita l’impatto sistemico degli interventi.

UN’EMERGENZA CHE NON PUÒ PIÙ ESSERE IGNORATA

Le nuove evidenze riportate dall’OCSE mettono in luce un quadro che, per molti aspetti, era già noto: le malattie cardiovascolari sono la principale causa di malattia, di decesso e di spesa sanitaria in Europa e anche in Italia. Inoltre, le tendenze relative all’invecchiamento demografico e alla crescente diffusione di stili di vita poco sani e salutari fanno presagire scenari in cui, in assenza di interventi urgenti e risolutivi, viene stimato un aumento fino al 90% della prevalenza delle malattie cardiovascolari in Europa tra il 2025 e il 2050.

Davanti a tali prospettive, e in linea con il tanto auspicato intervento a livello europeo con il “Safe Heats Plan”, è imprescindibile che anche l’Italia inizi ad attenzionare le patologie cardiovascolari con maggiore costanza e, soprattutto con la stesura di una programmazione che garantisca e unisca una prevenzione efficace, la diagnosi precoce, l’accesso alle cure acute e la gestione a lungo termine.

Dopo la laurea triennale in Economics and Business all’Università LUISS, ha conseguito la laurea magistrale in Economics presso l’Università di Roma Tor Vergata con una tesi sperimentale in Economia del Lavoro su come l’introduzione di congedi di paternità influenzi gli esiti occupazionali ed economici delle madri.