La stagione 2026 del West Nile virus in Italia si avvia alla conclusione con numeri che richiedono attenzione, ma anche una lettura corretta. Secondo l’ultimo bollettino dell’Istituto Superiore di Sanità, aggiornato al 21 ottobre, dall’inizio dell’anno sono stati segnalati 777 casi confermati di infezione nell’uomo, di cui 414 in forma neuro-invasiva. I decessi notificati sono 61 e la circolazione del virus è stata dimostrata in 88 Province appartenenti a 20 Regioni.
Il dato colloca il 2026 tra le stagioni più intense registrate in Italia. Nel 2025 i casi confermati erano stati 794, con 376 forme neuro-invasive e 76 decessi; nel 2024 i casi erano stati 484, nel 2023 344 e nel 2022 728. Il confronto va però interpretato con prudenza: i dati della stagione in corso non sono ancora definitivi e gli ultimi casi possono essere aggiornati nei bollettini successivi,
Il West Nile virus, quindi, non rappresenta una novità per il nostro Paese. È presente stabilmente in Italia da anni ed è sottoposto a un sistema di sorveglianza integrata che coinvolge salute umana, veterinaria ed entomologia. Ciò che cambia è l’intensità della circolazione e la sua distribuzione geografica, due elementi che rendono sempre più importante una capacità di risposta coordinata e tempestiva.
UNA CIRCOLAZIONE ORMAI MOLTO ESTESA
Il confronto regionale mostra una distribuzione dei casi tutt’altro che uniforme. Lombardia e Veneto concentrano il numero più elevato di infezioni confermate, rispettivamente 182 e 141 casi, seguite da Lazio con 114 e Piemonte con 101. Anche l’Emilia-Romagna registra una circolazione significativa, con 71 casi, mentre nel Centro-Sud i numeri risultano generalmente più contenuti, con alcune eccezioni come Campania, 41 casi, Toscana, 34, e Sardegna, 31. Più bassi i valori osservati in Abruzzo, Puglia, Marche e Friuli-Venezia Giulia, mentre diverse aree registrano soltanto pochi casi sporadici. Nel report ISS aggiornato al 21 ottobre, Valle d’Aosta, P.A. di Bolzano e Sicilia non riportano casi umani confermati, pur potendo risultare coinvolte nella circolazione del virus attraverso vettori o animali.
Casi confermati di West Nile virus nell’uomo per Regione di esposizione, 2026

La distribuzione suggerisce quindi una maggiore intensità di circolazione in alcune aree del Nord e del Centro, ma con una presenza ormai molto ampia sul territorio nazionale. Il dato regionale, tuttavia, va interpretato insieme a quello provinciale, perché all’interno della stessa Regione possono esserci differenze marcate: il report segnala, ad esempio, 72 casi nella provincia di Roma, 63 a Padova e 59 a Milano.
Questa estensione non deve però essere letta automaticamente come sinonimo di maggiore gravità clinica per tutta la popolazione. La maggior parte delle infezioni da West Nile è infatti asintomatica; una quota più limitata sviluppa sintomi simil-influenzali e meno dell’1% delle persone infette manifesta forme gravi, soprattutto tra anziani e soggetti fragili.
È proprio questa caratteristica a rendere la sorveglianza particolarmente importante: il numero dei casi diagnosticati rappresenta solo una parte delle infezioni realmente avvenute, mentre le forme neuro-invasive costituiscono l’indicatore clinicamente più rilevante.
LE FORME NEURO-INVASIVE RESTANO IL DATO PIÙ SENSIBILE
Nel 2026 sono stati segnalati 414 casi neuro-invasivi, più della metà dei casi confermati complessivi. La letalità calcolata sulle forme neuro-invasive autoctone è pari al 14,7%, contro il 19,2% registrato nello stesso periodo del 2025. Il dato mostra due aspetti diversi. Da una parte, il carico di malattia grave resta significativo; dall’altra, la letalità osservata finora è inferiore rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Anche qui, tuttavia, è necessario evitare conclusioni definitive prima del consolidamento dei dati.
La stagione 2026 conferma quindi che il West Nile è soprattutto un problema di sanità pubblica per le categorie più vulnerabili e per la capacità del sistema di individuare rapidamente le aree di circolazione del virus, attivando misure di prevenzione e sicurezza.
IL RUOLO DELLA SORVEGLIANZA INTEGRATA
Uno degli elementi più interessanti del modello italiano è proprio l’integrazione tra sorveglianza umana, animale ed entomologica. Il Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta alle arbovirosi, prorogato anche per il 2026, prevede il monitoraggio dei casi umani insieme alla ricerca del virus negli animali e nei vettori, con l’obiettivo di individuare la circolazione prima possibile.
Questo approccio consente di attivare tempestivamente misure di controllo ambientale e di tutela della sicurezza delle trasfusioni e dei trapianti. I bollettini ISS, infatti, non hanno soltanto una funzione descrittiva: costituiscono uno strumento operativo per orientare le decisioni di sanità pubblica.
È un esempio concreto di applicazione dell’approccio One Health, nel quale salute umana, animale e ambiente vengono considerate come parti dello stesso sistema. Nel caso del West Nile, questa integrazione non è un principio astratto ma una necessità operativa, perché il ciclo del virus coinvolge uccelli, zanzare e uomo.
CLIMA E AMBIENTE: UN FATTORE DA CONSIDERARE, SENZA SEMPLIFICAZIONI
La crescente attenzione verso il West Nile si inserisce anche in un contesto europeo più ampio. Secondo l’ECDC, il 2026 è stata la stagione con il maggior numero di infezioni da West Nile mai registrato nell’Unione europea: al 7 ottobre erano stati notificati 1.715 casi autoctoni, con l’Italia come Paese più colpito.
L’ECDC sottolinea inoltre che la trasmissione delle malattie veicolate da zanzare in Europa è favorita da condizioni climatiche e ambientali che stanno modificando durata e intensità delle stagioni di trasmissione. Temperature più elevate, estati più lunghe, inverni più miti e cambiamenti nelle precipitazioni possono creare condizioni favorevoli alla proliferazione dei vettori e alla circolazione virale.
Questo non significa attribuire ogni singola stagione epidemica direttamente al cambiamento climatico. L’andamento del West Nile varia infatti notevolmente di anno in anno e dipende da una combinazione di fattori: condizioni meteorologiche, presenza dei vettori, disponibilità di habitat, circolazione negli uccelli e capacità di sorveglianza. L’aumento delle temperature rappresenta quindi uno dei determinanti da considerare, non l’unica spiegazione.
DALL’EMERGENZA STAGIONALE ALLA PREVENZIONE STRUTTURALE
Il punto forse più importante è proprio questo: il West Nile non può più essere affrontato soltanto come un problema estivo che compare nei mesi più caldi e scompare con l’autunno. La circolazione del virus è ormai stabilmente monitorata in Italia e il 2026 mostra quanto sia importante investire in capacità di sorveglianza, prevenzione e risposta territoriale. Le misure più efficaci restano quelle di controllo dei vettori, gestione ambientale e protezione individuale dalle punture di zanzara, soprattutto nelle aree dove la presenza del virus è stata confermata.
Allo stesso tempo, la diffusione geografica del virus e l’intensità delle ultime stagioni suggeriscono la necessità di considerare le arbovirosi come una componente sempre più rilevante della programmazione sanitaria. I dati del 2026 non descrivono un’emergenza inattesa, ma una realtà epidemiologica che sta diventando più familiare anche in Europa. È proprio per questo che la risposta non dovrebbe essere affidata all’allarme stagionale, ma alla continuità della prevenzione.
Il West Nile rappresenta, in questo senso, un banco di prova concreto per la capacità del Servizio sanitario nazionale di anticipare i rischi invece di inseguirli: integrare dati umani, veterinari e ambientali, rafforzare il monitoraggio e intervenire precocemente può fare la differenza tra una circolazione virale controllata e un impatto sanitario più rilevante.




