Al centro del semestre la duplice dimensione sociale ed economica del settore della salute

Articolo blog
Stefano DA EMPOLI

Quale dovrebbe essere sui temi dalla salute il fil rouge del semestre di Presidenza italiana dell’Unione Europea? Ci sarebbero evidentemente tante risposte possibili ma certamente non faremmo un soldo di danno né all’Europa né all’Italia se nei prossimi sei mesi provassimo ad inoculare nel paludato dibattito europeo un’attenzione più forte che in passato alla duplice dimensione del settore salute, da un lato il diritto primario ad un’assistenza sanitaria di prima qualità garantito a tutti i cittadini e dall’altro un eccezionale volano tecnologico e industriale per l’economia. L’industria della salute è infatti l’unico comparto tecnologicamente avanzato, insieme all’automotive e all’aerospaziale, dove l’Europa mantiene una posizione competitiva mondiale, almeno alla pari con quella delle altre principali aree geografiche del mondo. In termini di valore della produzione, nel 2012 l’Europa con 210 miliardi € superava gli USA (143 miliardi €) e il Giappone (68 miliardi €) ma la crescita cumulata del 22% nel periodo 2005-2012 è stato inferiore rispetto a quello statunitense (superiore al 30%) e tra l’altro incorpora la performance della Svizzera che negli stessi anni da quinto Paese produttore in Europa ha scalato la posizione di vertice assoluto.

A fronte di questi per ora lievi scricchiolii dentro i confini UE, occorre rispondere con una maggiore integrazione e uniformità delle regole, che diano più certezze per le imprese (e non solo). Sapendo rinunciare in primis a localismi nazionali e sempre più spesso regionali, laddove essi siano soltanto un intralcio e non diano alcun valore aggiunto significativo.

Un tema molto attuale per l’Italia dove si trova oggi la seconda industria farmaceutica UE per produzione dopo la Germania, con l’importante differenza che, contrariamente a Svizzera e Germania, non abbiamo imprese di dimensione paragonabile (al massimo qualche multinazionale tascabile o poco più, non certo colossi come Bayer e Novartis). Una parte importante degli oltre 25 miliardi di euro annui di produzione viene infatti dalle imprese estere che hanno deciso di venire in Italia negli ultimi 50 anni e nel tempo hanno riconfermato la propria scelta. A testimonianza di un altro successo importante: la farmaceutica è il settore industriale nel quale sono entrati negli ultimi anni più capitali dall’estero. Pur essendo diminuito il numero totale degli stabilimenti produttivi, chi è rimasto ha investito e non poco. Basti pensare ai 400 milioni di investimenti di Lilly nel sito di Sesto Fiorentino (il principale impianto biotech sul suolo nazionale), dove la scorsa settimana è stata inaugurata una nuova linea produttiva ed è stato annunciato un nuovo ampliamento dell’area industriale con conseguente assunzione di ulteriore personale. Ma di esempi se ne possono fare per fortuna molti altri.

Tra l’altro, uno dei principali risultati che escono dallo studio I-Com “Crescere in Salute” è l’impatto molto elevato dell’industria sull’indotto in termini di maggiore produzione. Non c’è nessun altro Paese in Europa, tra i principali 6 produttori, che esprime un moltiplicatore così elevato. Un segnale che anche le imprese estere presenti in Italia alimentano una fitta rete di fornitori locali. Di cui si servono spesso non solo sul mercato italiano ma anche all’estero in altri stabilimenti, una volta testata la qualità e anzi avendo contribuito a svilupparla con standard tecnologici e di sicurezza all’avanguardia. Si tratta di un fenomeno sempre più frequente che difficilmente può essere raffigurato con dei numeri precisi ma che esiste e va considerato come una ragione ulteriore per continuare ad essere attrattivi verso gli investimenti esteri (e se possibile ad esserlo ancora di più, ambizione del tutto alla nostra portata come emerge anche dal documento di output del convegno organizzato su questi temi lo scorso 10 giugno da I-Com).

Una condizione essenziale per mantenere e se possibile aumentare la competitività sia dell’industria europea che di quella italiana è che l’interlocutore delle aziende farmaceutiche si trovi sempre di più a Londra, dove ha sede l’EMA (alla quale partecipano anche i rappresentanti dell’Agenzia italiana del farmaco), e sempre meno a Firenze o a Bari. Che invece possono esercitare un ruolo molto importante nel facilitare gli investimenti esteri (e naturalmente quelli di imprese nazionali), come nel caso di Lilly a Sesto Fiorentino, dove la Regione e il Comune hanno permesso l’ampliamento dello stabilimento anche grazie al trasferimento in una location addirittura migliore di una scuola che ricadeva nel terreno individuato dall’azienda americana. Se le Regioni imparassero, come si fa da decenni negli Stati Uniti e più recentemente in altri Paesi europei, a essere un facilitatore più che un veto player, la comunità ne avrebbe certamente maggiori benefici di quelli che ne ricava oggi, a partire dai pazienti che vengono curati con farmaci innovativi prontamente immessi sul mercato e dagli occupati diretti e indiretti che devono il loro posto di lavoro ai piani di investimento così resi possibili.

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