Il video streaming traina l’integrazione tra tv e internet

Non si arresta il processo di espansione di Netflix l’operatore leader mondiale del mercato dello streaming vod . Nel secondo trimestre dell’anno, come riportato da Repubblica, il gruppo guidato da Reed Hastings ha ulteriormente incrementato il numero degli abbonati (+1,69 milioni di cui 570mila solo negli Usa) nonostante il rialzo di un dollaro sul costo dell’abbonamento mensile, facendo così schizzare gli utili da 30 a 71 milioni di dollari. Il balzo ha consentito di superare la soglia record dei 50 milioni di abbonati, 36 dei quali negli Usa e i restanti 14 nel mondo soprattutto in Europa dove il servizio è già presente nel Regno Unito, Irlanda, Olanda e nei Paesi Scandinavi. Il dollaro aggiuntivo sta consentendo di finanziare la produzione originale dei contenuti (dopo i successi di House of Cards e Orange is the New Black sono in lavorazioni nuovi titoli) e di investire maggiormente sui mercati internazionali. Vanno letti alla luce di queste dinamiche anche i recenti accordi stretti con la Disney (in esclusiva) e con Marvel e Sony per l’acquisizione dei diritti video on demand. Considerato l’elevato grado di competitività presente sul suolo domestico dove la concorrenza con vecchi e nuovi player è particolarmente agguerrita, le maggiori opportunità di crescita deriveranno da una ulteriore estensione del servizio ad altri mercati purchè capaci di garantire un sistema regolatorio stabile e trasparente e un forte livello di penetrazione della banda larga. Entro la fine del 2015 l’operatore dovrebbe finalmente entrare nei due big market europei (dopo UK) ovvero Francia e Germania. Ed è proprio in previsione dell’espansione di Netflix (ma anche di altri operatori globali come Google, Apple ed Amazon) che il valore del mercato video on demand in Europa Occidentale dovrebbere raggiungere quota 1 miliardo di euro a fine anno (fonte: IT Media Consulting) tra abbonamenti mensili e pagamenti transactional (come Chili Tv).

Netflix ha di fronte a sè diverse sfide che riflettono le radicali trasformazioni in atto nell’ecosistema della produzione e distribuzione dei contenuti audiovisivi nel nuovo habitat digitale. Una partita non facile la sta giocando con le telco e gli internet provider (Comcast e Verizon in testa) che chiedono con sempre maggiore insistenza un prezzo aggiuntivo a Netflix per compensare l’enorme sovraccarico cui sono sottoposte le infrastrutture (oggi Netflix raggiunge da solo picchi del 30% di traffico) a causa del crescente numero di abbonati e di prodotti fruiti tramite il servizio. Sul fornte opposto Netflix è fortemente temuta dagli editori televisivi (sia terrestri che satellitari) che legittimamente lamentano una disparità di trattamento essendo questi sottoposti ad una serie di obblighi (tetti pubblicitari, tutela dei minori, investimenti in contenuti originali, quote di emissione ecc) da cui al contrario sono svincolati Netflix e gli altri OTT, senza entrare nel delicatissimo tema dei regimi fiscali e nella messa in discussione del principio del paese di origine. Sotto questo profilo occorrerà verificare l’orientamento che verrà adottato a livello comunitario (e cascata delle singole legislazioni nazionali) e capire se procedere verso una mera estensione delle attuali regole ai nuovi player (applicando la Direttiva Servizi Media Audiovisivi) o come forse pare più plausibile ad un alleggerimento delle regole per tutti sanando le pesanti asimmetrie oggi esistenti e superando l’obsoleta distinzione tra programmazione lineare e non lineare.

In attesa dello sbarco di Netflix, nel nostro Paese si sta assistendo ad una accelerazione del processo di mutazione dei broadcaster tradizionali in media companies. Tutti i boradcaster seppure con differenti gradazioni condividono l’obiettivo di veicolare i propri contenuti su qualsiasi piattaforma tecnologica o device fisso o mobile che sia. Il varo delle operazioni Infinity e Sky On Line di cui abbiamo già parlato nei mesi scorsi ne sono una testimonianza tangibile. Per la prima volta le tv commerciali italiane propongono servizi nativi digitali sganciati dalle offerte preesistenti per andare incontro alle nuove modalità di fruizione dei contenuti, senza contratti e penali, all’insegna della massima flessibilità di consumo. Il rischio di cannibalizzare i propri servizi pay premium va messo nel conto ma non è possibile fermare i processi in atto di integrazione della televisione tradizionale con il mondo digitale là dove l’esperienza di consumo si muove spedita in una direzione che vede l’utente maneggiare più device contemporaneamente per accedere a contenuti differenti, consumare servizi on demand sempre più in mobilità con un tasso crescente di interazione e condivisione. Mediaset e Sky hanno rotto gli indugi e di fronte all’avanzata degli OTT hanno saggiamente stretto alleanze strategiche di natura commerciale con le telco (la prima con Vodafone, la seconda con Telecom) per attrarre nuovi clienti e garantirsi una migliore qualità dell’offerta che per gli operatori telco si traduce in un aumento di traffico e dunque possibilità di vendere più banda come del resto sta già capitando nel Regno Unito. Ma c’è ancora un grande divario da recuperare rispetto ai nostri concorrenti europei considerando che il 50% degli italiani non ha una connessione ad Internet. Secondo alcuni addetti ai lavori il vero driver di sviluppo sarà rappresentato nei prossimi anni dalla diffusione delle smart tv la cui dotazione attuale conta circa 4,2 milioni di pezzi venduti (cui va aggiunto un altro milione di apparecchi connessi) con una pentrazione del 17% secondo l’ultima relazione annuale Agcom: ne è convinto ad esempio il fondatore di Chili Tv, Stefano Parisi il quale ha affermato che entro il 2017 le dimensioni del parco di questi dispositivi triplicheranno toccando quota 16 milioni, entrando anche nelle case di coloro che non posseggono un pc.

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