Quali sono i Paesi che innovano di più? Lo studio Gtipa presentato a Città del Messico

Articolo
Giulia Palocci
gtipa

In occasione del terzo summit annuale a Città del Messico della Global Trade and Innovation Policy Alliance (Gtipa) – network internazionale formato da 34 think tank provenienti da 25 diversi Stati, tra cui l’Istituto per la Competitività (I-Com) – è stato presentato il rapporto dal titolo “National innovation policies: what countries do best and how they can improve“, curato dai membri dell’Alleanza. Lo studio analizza il livello di innovazione raggiunto in 23 Paesi e nell’Unione europea e si concentra in particolare sui punti di forza e di debolezza dei singoli casi. Una due giorni in cui l’innovazione e il progresso tecnologico hanno fatto da filo conduttore e alla quale hanno partecipato anche il presidente I-Com Stefano da Empoli e il vicepresidente Franco D’Amore (ne abbiamo parlato qui).

DOVE STA ANDANDO L’ITALIA?

Il focus sull’Italia, curato da Stefano da Empoli, analizza in primo luogo le caratteristiche positive delle politiche sull’innovazione adottate nel nostro Paese. Nel 2016 l’Italia si è posizionata al quinto posto (al mondo) per numero di pubblicazioni scientifiche “top citied” e contribuisce per il 4% alla produzione mondiale complessiva. Prima di noi si collocano solo gli Stati Uniti, la Cina, il Regno Unito e la Germania. Parte di questo risultato, secondo il presidente I-Com, è da attribuire all’istituzione dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) che monitora l’andamento e la qualità delle attività condotte dalle università e dagli enti di ricerca. Un secondo elemento di forza è poi rappresentato dal decreto legge numero 179 del 2012 che ha creato un ambiente favorevole alla nascita di start-up innovative attraverso l’introduzione dell’incorporazione digitale a costo zero, incentivi fiscali per gli investimenti, procedure semplificate di insolvenza e, tra gli altri, un programma per i visti dedicato agli imprenditori non residenti nell’Unione europea. Secondo l’Ocse, nel 2018 le imprese che hanno beneficiato di queste misure hanno registrato un incremento dei ricavi tra il 10 e il 15%.

… C’E’ ANCORA MOLTO DA FARE

Il rapporto sottolinea tuttavia come la la crescita di molte start-up sia stata compromessa o rallentata dalla mancanza di investimenti. Ma su questo fronte – già da tempo – si è mosso qualcosa. Il piano Impresa 4.0, lanciato nel 2016, ha fornito una serie di strumenti complementari per promuovere gli investimenti in innovazione. Grazie a questo provvedimento, si è passati dagli 80 miliardi investiti nel 2017 ai 90 del 2018. Allo stesso tempo, il modesto numero di brevetti registrati (a causa delle scarse risorse a disposizione delle imprese), la fuga di cervelli all’estero e la scarsa capacità di attrarre investitori, scienziati e lavoratori qualificati sono gli elementi che rappresentano più di tutti lo stato di salute del nostro livello di innovazione. Secondo da Empoli, sarebbe necessaria l’istituzione di un’agenzia per l’innovazione in grado di rappresentare i diversi livelli di governance che (oggi) rendono quello italiano un sistema più che frammentato.

IL FOCUS SUGLI STATI UNITI

Uno degli strumenti che senz’altro ha ottenuto più successo negli Stati Uniti è America Make. Lanciato nel 2012 dall’amministrazione Obama, è uno dei quattordici Institute of manufacturing innovation (Imi) che costituiscono Manufacturing Usa, una partnership pubblico-privata che riunisce esponenti del mondo industriale, accademico e istituzionale per promuovere l’innovazione manifatturiera e accelerare la commercializzazione. Nel 2017 i 1.291 membri di Manufacturing Usa – 844 aziende manifatturiere e 549 piccole imprese – hanno lavorato su circa 270 progetti di ricerca & sviluppo in ampi settori dell’industria manifatturiera. Sono questi alcuni dei dati che emergono dal focus sugli Stati Uniti curato da Stephen Ezell, vicepresidente e direttore del Global innovation policy dell’Itif. Il rapporto annovera tra i punti di forza del sistema a stelle e strisce anche un’intesa protezione dei diritti intellettuali che garantisce agli innovatori la sicurezza necessaria per assumersi il rischio del difficile processo di innovazione. Tra i punti di debolezza Ezell ha richiamato il calo, nell’anno fiscale 2017, degli investimenti in ricerca & sviluppo, che hanno di poco superato lo 0,62% rispetto al prodotto interno lordo. Sono poi ancora troppo modesti gli incentivi per stimolare gli investimenti del settore privato e la mancanza di un’autorità o un’istituzione che possa assumere l’intera gestione delle politiche sull’innovazione.

IL “MADE IN CHINA 2025”

Tra i 23 Paesi analizzati c’è anche la Cina. Il focus, curato da Caleb Foote e dallo stesso Ezell, evidenzia i punti di forza e di debolezza del sistema di innovazione cinese. La grande quantità di investimenti in ricerca & sviluppo ha spinto la Cina sopra agli Stati Uniti in termini di applicazione delle ricerche: dal 2007 al 2017 gli investimenti sono aumentati a un tasso del 13,1%, fino a raggiungere quota 496 miliardi di dollari. Una crescita sorprendente che ha permesso a Pechino di investire significative risorse nelle industrie più all’avanguardia del Paese e di definire in maniera puntuale le aree più promettenti per l’innovazione. Un esempio è la strategia “Made in China 2025” lanciata nel 2015. Il piano ha identificato dieci settori chiave in cui il Paese punta a diventare leader globale entro il 2025: la tecnologia informatica, la robotica, la medicina e i dispositivi medici. Le aree da tenere sotto osservazione sono ancora molte. Nonostante nel 2016 sia stata raggiunta la quota di 400.000 pubblicazioni scientifiche, permangono alcuni dubbi sulla loro effettiva qualità. Inoltre il rapporto sottolinea come la bassa tutela garantita alla proprietà intellettuale possa compromettere i recenti progressi.

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