Il Green New Deal italiano. Gli strumenti e il fabbisogno di investimenti secondo I-Com

Articolo
Franco D'Amore e Michele Masulli
Davos

La formula Green New Deal è pienamente entrata nel nostro Paese, prima nel dibattito pubblico, poi nelle formulazioni di policy. Ne sono una dimostrazione i recenti provvedimenti governativi. Primo fra tutti, la Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (NADEF) di fine settembre che annunciava un disegno di legge Green New Deal collegato alla legge di Bilancio 2020 “orientato al contrasto ai cambiamenti climatici, alla tutela della biodiversità, alla riconversione energetica, alla promozione della rigenerazione urbana e delle cosiddette smart city“.

In particolare, la NADEF prevedeva l’introduzione di due nuovi fondi di investimento assegnati a Stato ed enti territoriali, per un ammontare complessivo di cinquanta miliardi su un orizzonte di 15 anni. L’obiettivo era attivare progetti di rigenerazione urbana, di riconversione energetica e di incentivo all’utilizzo di fonti rinnovabili. Si immaginava, inoltre, di incentivare prassi socialmente responsabili da parte delle imprese e degli operatori finanziari. Ma anche infrastrutture verdi per il contrasto al dissesto idrogeologico e la piena attuazione dell’eco-innovazione attraverso strumenti di finanza sostenibile e la rimozione progressiva delle agevolazioni dannose per l’ambiente.

Successivamente, la legge di Bilancio presentata in Parlamento stabilisce l’istituzione di un fondo per il Green New Deal con una dotazione di 470 milioni di euro per il 2020, 930 per il 2021 e 1.420 ciascuno per l’anno 2022 e il 2023. A valere su questo fondo, il ministero dell’Economia e delle Finanze potrà intervenire attraverso la concessione di garanzie a titolo oneroso, o contributi a fondo perduto, per sostenere programmi specifici di investimento e progetti su decarbonizzazione, economia circolare, rigenerazione urbana, turismo sostenibile, efficienza energetica e altri ambiti similari. Inoltre, per raggiungere gli stessi obiettivi, si prevede l’emissione di titoli di stato green. Non sfugge il potenziamento del cosiddetto Green Public Procurement: al fine di ridurre l’utilizzo di mezzi di trasporto inquinanti, le pubbliche amministrazioni, in occasione del rinnovo delle automobili in dotazione, sono tenute all’acquisto o al noleggio di veicoli elettrici o ibridi in misura non inferiore al 50%.

Nel complesso, dall’Ecobilancio allegato alla manovra emerge il (quasi) raddoppio delle risorse dedicate alla protezione dell’ambiente, che passano da poco meno di 2,4 miliardi nel 2019 a circa 4,5 nel 2020. Ben lo 0,8% della spesa primaria complessiva del bilancio dello Stato, dovuto soprattutto ai fondi anti-dissesto idrogeologico e per il Green New Deal.

Una nuova attenzione da parte delle istituzioni agli obiettivi di sostenibilità, accompagnata dalla necessità di stanziare un volume congruo di finanziamenti. Ma le risorse previste sono adeguate a conseguire tutti i target che possono comporre un Green New Deal italiano? Per fare fronte a questi obiettivi è necessario mobilitare una quantità ingente di investimenti privati e vincolare parte importante della spesa pubblica nella direzione della transizione energetica. Nella tabella che segue, discussa nella roundtable organizzata dall’Istituto per la Competitività (I-Com) dal titolo “Applicare con energia. Obiettivi e strumenti per il Green New Deal italiano, abbiamo provato a confrontare le stime degli investimenti necessari per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità nei settori strategici dell’energia, della gestione del ciclo dell’acqua e dei rifiuti con gli attuali investimenti da parte di famiglie, imprese e pubblica amministrazione (450 miliardi di euro nel 2018). I dati evidenziano che, per raggiungere gli scopi prefissati nei settori dell’energia e dell’ambiente, sarà necessario concentrare circa un quarto dell’attuale volume di investimenti pubblici e privati verso progetti green, per un ammontare superiore a 100 miliardi di euro di investimenti annui.

Certamente l’Italia non parte da zero. Il nostro Paese si distingue per aver ridotto i consumi primari di energia (-15% tra il 2008 e il 2017 contro -8% della media Ue) e le emissioni di gas serra (-27% nello stesso periodo contro -16% della media europea). Ma anche per aver incrementato in modo consistente la quota di energia da fonti rinnovabili (+6,8% contro +6,2% della media Ue). Le spese per la protezione ambientale si attestano intorno alla media di tutti i Paesi europei (2% del prodotto interno lordo), seppure siano molto legate al trattamento dei rifiuti. L’Italia, inoltre, ha registrato numeri positivi e al di sopra della media europea anche in altri tre settori: produttività delle risorse, tasso di riciclaggio dei materiali e gettito delle tasse ambientali in rapporto al prodotto interno lordo. D’altra parte si sconta una produzione di rifiuti in rapporto alla ricchezza più alta se comparata alla media continentale e ai maggiori Paesi europei e soprattutto un livello più basso di investimenti in fonti rinnovabili.

Dopo il picco del 2011, quando gli investimenti in energia pulita hanno raggiunto i 32,3 miliardi di dollari, l’Italia si è assestata su valori molto inferiori, compresi tra i 2 e i 3 miliardi annui. In rapporto al prodotto interno lordo, si tratta delle percentuali più basse tra i Paesi sviluppati ed emergenti. Gli investimenti in riqualificazione energetica degli edifici, quantificati attraverso il ricorso all’Ecobonus, sono stati pari a 3,3 miliardi di euro nel 2018. Pertanto, il livello di ambizione dei dati riportati mostra con chiarezza la necessità di un cambio di passo nella programmazione e implementazione degli strumenti pubblici a sostegno della green economy, di una forte integrazione tra i livelli di governance e, più in generale, di abbandonare gli approcci settoriali in favore di una logica trasversale e multi-settoriale.

E’ Vice Presidente e Direttore dell’Area Energia dell’Istituto per la Competitività, un istituto di ricerca indipendente che ha contribuito a fondare nel 2005 e che promuove temi ed analisi sulla competitività in chiave innovativa, all’interno del quadro politico-economico europeo ed internazionale.
Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureato in Economia e politica economica presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna con una tesi sulla mobilità intergenerazionale dei redditi. Successivamente ha conseguito un master in “Export management e sviluppo di progetti internazionali” presso la Business School del Sole24Ore. Attualmente è dottorando di Economia presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi di Roma Tre.

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