Perché Bruxelles è fondamentale pure per il mondo dell’informazione

Articolo
Giulia Palocci
Bruxelles
Credit: NakNakNak

Bruxelles è il crocevia di interessi sempre più rilevanti per i Paesi membri dell’Unione europea. Grandi temi, ma anche provvedimenti puntuali che disciplinano la vita di cittadini e imprese. Un mondo di regole, funzionari, politici e dinamiche che Public Policy ambisce a raccontare attraverso Policy Europe, il nuovo servizio di informazione sulle istituzioni del Vecchio continente. Ne abbiamo parlato con il direttore Leopoldo Papi che, insieme a un’agguerrita squadra di giornalisti, dal 2012 racconta in anteprima i lavori delle commissioni parlamentari di Camera e Senato. E che oggi guarda all’Europa.

Direttore, a partire da gennaio avete deciso di allargare i vostri servizi anche all’Unione europea. Per quale motivo?

Noi facciamo giornalismo insider, il nostro lavoro è dare notizie. Quello che vogliamo fare è replicare il modello di Public Policy con le istituzioni europee, partendo da quelle centrali: Parlamento, Commissione e Consiglio. Ci è sembrato ci fosse spazio per costruire un servizio di informazione real time e rivolto all’Italia sui lavori di Bruxelles. Nello specifico, seguiamo l’attività legislativa quotidiana, quella relativa al policy making. Il nostro obiettivo è dare al pubblico italiano, che poi è quello professionale, un servizio informativo esauriente su quello che accade livello europeo.

Quanto è importante, secondo lei, raccontare ciò che avviene nelle commissioni del Parlamento europeo? In fin dei conti è un luogo in cui vengono prese decisioni fondamentali, di cui però, spesso, si sa poco…

E’ importante ricordare che il Parlamento europeo non ha un potere legislativo, come la Commissione che propone le direttive. Certo è che queste ultime sono sottoposte all’esame sia del Parlamento, che rappresenta i cittadini, sia del Consiglio, che esprime invece la volontà dei governi, i quali poi votano risoluzioni che sono in pratica proposte di modifica alla direttiva della Commissione europea. Si tratta di provvedimenti molto importanti perché toccano tematiche tecniche, di settore e riguardano la vita di tutti i cittadini dei Paesi membri nonché i settori economicamente più strategici. Quindi è interessante dare notizia di quello che succede ogni giorno perché spesso ci sono informazioni importanti e pertinenti.

Anche lei condivide la sensazione che spesso la stampa si concentri soprattutto sui macro-temi tralasciando questioni di dettaglio però fondamentali?

Sicuramente alcune tematiche sono centrali. Mi riferisco all’immigrazione e alla questione delle frontiere, ad esempio. Sono immediatamente percepibili e forse è per questo che la stampa dà sempre priorità a notizie di questo tipo. Mentre le tematiche un po’ più tecniche sono meno immediate e per questo, di regola, vengono trascurate. In realtà però sono fondamentali, perché impattano sulla vita sia dei soggetti produttivi che dei cittadini.

In questo primo mese di lavoro a livello europeo che impressioni ha avuto?

La nostra sensazione è che in Europa ci sia molto più dinamismo rispetto a quello che si percepisce dall’Italia. Quando si va a Bruxelles si vede che è un luogo in cui succedono cose importanti. Si discute delle tematiche più urgenti: dalla politica internazionale alla difesa, dalla sicurezza all’economia. Tutti i giorni ci sono interessanti informazioni da acquisire.

A suo parere, Bruxelles è davvero il regno dei burocrati, come spesso si dice?

Dipende. Ad esempio, la Commissione è un’istituzione molto tecnica e strutturata. Scrive i provvedimenti sulla base di studi condotti da suoi stessi organi. Nonostante i lavori si svolgano nel rispetto assoluto della trasparenza, l’alto tasso di tecnicismi le attribuisce una sorta di difficoltà di comunicazione intrinseca. Il Parlamento, invece, è molto più politico e assomiglia a un mondo che conosciamo bene. Non è affatto burocratico, piuttosto dispersivo. All’estremo opposto, invece, c’è il Consiglio, estremamente politico. Ci sono i grandi emissari dei governi e i tecnici che prendono decisioni strettamente politiche. In pratica ognuno fa lobbying per il proprio Paese. Anche in questo caso è difficile da raccontare perché è un mondo diverso da quello a cui siamo abituati.

Come sono percepiti gli italiani che lavorano a Bruxelles? E da lì, secondo lei, com’è vista la nostra appartenenza all’Unione?

Noi come Policy Europe siamo nuovi in quella che viene chiamata Bruxelles bubble, ma di sicuro posso dirle che nella comunità italiana c’è molta meno divisione rispetto al clima a cui siamo abituati nel nostro Paese tra le forze politiche. C’è pure molta più disponibilità nei confronti dei giornalisti. D’altro canto, l’Italia è percepita positivamente. Nonostante tutti i nostri problemi, siamo pur sempre uno dei Paesi fondatori dell’Unione. Molto dipende anche dalle personalità: il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, il commissario all’Economia Paolo Gentiloni e l’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi hanno una grande considerazione a livello europeo, a prescindere dal loro operato.

Ormai l’Europa è al bivio tra europeismo e sovranismo? E come valuta la partenza della Commissione von der Leyen?

Non so dirle se sia sulla giusta strada. La mia personale opinione è che sicuramente ha importanti sfide davanti a sé. Sostanzialmente riguardano non tanto regolamentazioni interne, quanto la capacità di risposta dell’Unione a crisi e fattori imprevisti che possono mettere sotto tensione tutta l’area, costringendo i Paesi ad agire singolarmente – e quindi a mettere in discussione l’Unione stessa – oppure a cerare convergenze comuni. E pure a fatica.

A cosa si riferisce in particolare?

Ad esempio alla possibile crisi economico-finanziaria di cui ci sono ampi segnali, alle questioni di sicurezza geopolitica e a quelle dei flussi migratori e dell’accoglienza. Bisogna capire se l’Europa sceglierà meccanismi di decisione comuni, capaci di rispondere a queste sfide, oppure lascerà gli Stati rispondere ognuno a modo suo. E’ logico che la seconda opzione comporterà solo tensioni (qui un nostro articolo sulle sfide e le priorità della nuova Commissione di Ursula von der Leyen).

Quali sono gli obiettivi di Public Policy per i prossimi anni?

Sono realistici. Per ora la grande sfida è far crescere Policy Europe come autorevolezza giornalistica e come realtà editoriale. Nel futuro ci sono tanti progetti che vorremmo sviluppare, ma al momento si tratta solo di idee. Diciamo che attualmente il bilancio è positivo. Siamo collegati alle istituzioni, ma ci seguono anche moltissime realtà: dalle aziende alle associazioni, tutti trovano un valore aggiunto nell’informazione che dà una finestra diretta sui lavori istituzionali.

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