L’industria italiana (ed europea) tra protezione degli asset strategici e urgenze di riconversione

Articolo
Michele Masulli
Industria
Foto di RodrigoRazquin form PxHere

A sfogliare i quotidiani di questi giorni si ha l’immediata percezione del quadro di complessità in cui si muove l’industria italiana. Già prima della chiusura delle attività non essenziali, si leggeva di comparti interamente fermi, di imprese che massicciamente facevano accesso alla cassa integrazione, di aziende in difficoltà con i fornitori e la componentistica. E ancora delle difficoltà della distribuzione, del conto dei mancati ricavi e dei danni subiti, del grido di dolore della grande industria come delle partite Iva e del rinvio dei piani industriali a data da destinarsi. Dopo il lockdown delle attività produttive apprendevamo della corsa alle Prefetture da parte di chi produce beni fondamentali nella crisi, di chi ha chiesto aperture parziali o riconvertito le produzioni.

La disputa sulla definizione di attività essenziali ha palesato quanto la classificazione ATECO sia ormai inadeguata a cogliere le articolazioni di un sistema produttivo frammentato attraverso lunghe catene del valore e dove le distinzioni tra le classi di attività (e tra servizi e industria) si fanno sempre più sfumate. Il fermo delle attività produttive è evidente se guardiamo agli indicatori più noti. L’indice Pmi-Markit, che misura il livello di attività economica, restituisce per l’Unione europea un calo a quota 31,4, a partire dal 51,6 di febbraio. Si tratta del valore minimo dal ’98, ossia dall’anno in cui l’indicatore viene computato: durante la grande recessione del 2009 il calo si era fermato a 36,2.

Si palesa, altresì, l’esigenza di proteggere i comparti industriali strategici dal rischio di acquisizioni ostili, di cui abbiamo parlato in questo articolo. Un pericolo di cui si è tenuto conto pure nell’Ordine del giorno della riunione del Copasir del 25 marzo. Nel contempo si vanno a delineare le idee del governo in merito ad Alitalia: la newco, interamente controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze o a partecipazione pubblica autorizzata dal decreto Cura Italia, svolgerà il ruolo di holding mentre tutte le attività operative saranno spacchettate in società diverse, con la possibilità di farvi entrare soci differenti con quote da definire. Una preoccupazione, questa, ormai acquisita dalla Presidenza del Consiglio. Il presidente Giuseppe Conte ha dichiarato in un’intervista a Famiglia Cristiana: “Sotto la regia di Palazzo Chigi, siamo pronti ad agire per difendere gli asset industriali e aziendali del nostro Paese senza precluderci di allargare l’intervento ad altri settori strategici“. In particolare, è allo studio nel dettaglio un provvedimento di ricorso allo scudo del golden power.

Ma il timore di scalate ostili è ampiamente condiviso anche in Europa. Se ne fa cenno nella lettera che nove tra capi di Stato e di governo europei hanno inviato al presidente del Consiglio europeo Charles Michel: “Abbiamo anche bisogno di assicurare che le principali catene di valore possano funzionare appieno all’interno dei confini dell’Ue e che nessuna produzione strategica sia preda di acquisizioni ostili in questa fase di difficoltà economica”, si dice nella missiva che è stata sottoscritta, tra gli altri, da Giuseppe Conte, Emmanuel Macron e Pedro Sánchez. Parallelamente si pone l’urgenza di assicurare agli Stati europei forniture adeguate di dispositivi medici e di protezione. E’ un’esigenza che ha trovato posto anche nella discussione del meeting informale dei ministri con delega all’Industria e al Mercato interno dell’Ue tenutosi in videoconferenza il 20 marzo. L’European Innovation Council ha altresì lanciato un bando da 164 milioni di euro destinato alle start-up e alle imprese high-tech in grado di proporre soluzioni utili al contrasto del Covid-19.

Il governo italiano con il decreto Cura Italia ha stanziato 50 milioni di incentivi per la produzione e la fornitura di dispositivi medici e dispositivi di protezione individuale. Dopo l’approvazione della misura di incentivo da parte della Commissione europea, che intanto ha definito un quadro di riferimento temporaneo per gli aiuti di Stato finalizzati ad affrontare l’emergenza, toccherà a Invitalia valutare le domande da parte delle aziende nell’arco di cinque giorni dalla presentazione. Alle imprese, di qualunque dimensione e costituite in forma societaria, che dovranno realizzare un programma di investimenti di valore compreso tra 200.000 e 2 milioni di euro, viene garantita un’agevolazione fino al 75% con un prestito a tasso zero. Viene previsto, inoltre, un sistema di premialità legato alla velocità di intervento, che trasforma il mutuo in fondo perduto al 100% nel caso si concluda l’investimento nello spazio di quindici giorni.

Alcune aziende si sono già portate avanti. Ѐ il caso della Klopman di Frosinone, leader nella produzione di tessuti per abbigliamento protettivo, che è pronta a fornire 700.000 mascherine al mese. Ma pure del gruppo piemontese Miroglio, che ha riconvertito parte delle proprie linee produttive dalla realizzazione di tessuti a quella di mascherine, o dei tentativi di costruire una filiera italiana delle mascherine a partire dalla Puglia.