L’Europa prova a svoltare con il piano per la ripresa proposto dalla Commissione

Articolo
Mattia Ceracchi
Digital Services Act
Credit: da Pixabay/Capri23auto

Il 27 maggio 2020 potrebbe essere ricordato negli anni come il giorno in cui l’Unione europea ha imboccato finalmente la strada dell’unificazione fiscale e politica. Il piano per la ripresa proposto da Ursula von der Leyen per risollevare l’economia del vecchio continente dalla crisi pandemica ridisegna il Quadro finanziario pluriennale 2021-27 inserendo all’interno del bilancio comune il nuovo Recovery Instrument, denominato Next Generation EU. Uno strumento da 750 miliardi complessivi, fondi che la Commissione potrà raccogliere prendendo denaro in prestito sui mercati finanziari per conto dell’Unione, e distribuire in larga parte (500 miliardi) attraverso trasferimenti a fondo perduto (grants) offrendo supporto finanziario ai Paesi più colpiti dalla crisi. Il piano dell’esecutivo Ue, che ricalca nelle sue linee fondamentali la proposta franco-tedesca del 18 maggio e propone per la prima volta nella storia dell’Unione la creazione di debito comune europeo su vasta scala, dovrà ora superare il banco di prova più difficile: il voto unanime degli Stati membri in sede di Consiglio Ue.

IL PIANO PER LA RIPRESA E IL NUOVO BILANCIO DI LUNGO TERMINE

Per dare slancio a una ripresa “sostenibile, uniforme, inclusiva ed equa per tutti gli Stati membri”, la Commissione propone un piano complessivo da 1850 miliardi (in prezzi 2018). I 750 miliardi del nuovo Recovery Instrument si aggiungono ai 1100 miliardi del “vecchio” Quadro finanziario pluriennale 2021-27. Il piano presentato da von der Leyen riscrive inoltre alla luce della crisi pandemica il manifesto politico illustrato dalla stessa presidente della Commissione all’Europarlamento a luglio dello scorso anno. Il rilancio europeo deve mantenersi ancorato alle sfide dello sviluppo sostenibile (Green Deal) e della trasformazione digitale e, in aggiunta, contribuire a rafforzare l’autonomia strategica dell’Europa in vari settori specifici, essere basato sui diritti fondamentali e sul totale rispetto dello stato di diritto, e provvedere a ricostruire la leadership dell’Unione nel mondo.

L’esecutivo von der Leyen fissa dunque a 1100 miliardi la quota del “vecchio” Quadro finanziario pluriennale 2021-27. La nuova proposta ritocca al ribasso il bilancio comune presentato dalla Commissione Juncker nel maggio 2018 (1134 miliardi) ed è sostanzialmente in linea con il compromesso suggerito dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel nel vertice dei leader dello scorso febbraio (1094 miliardi). Le fonti delle entrate del bilancio restano invariate rispetto alla proposta di due anni fa: il Qfp tradizionale continuerà a essere alimentato dai contributi versati dagli Stati membri basati sul reddito nazionale lordo (RNL), dai contributi nazionali derivanti dall’IVA e da quelli raccolti dai dazi doganali comuni. E sul tavolo negoziale resta pure la proposta della Commissione – bloccata dall’opposizione ripetuta degli Stati membri – di diversificare le fonti di entrata attraverso un ventaglio di nuove risorse proprie (un’entrata collegata all’ETS, un contributo calcolato sul peso dei rifiuti non riciclati di imballaggi in plastica, un’imposta comune sulle società).

Molto simile alle versioni precedenti è anche la composizione delle spese del Qfp tradizionale. Il nuovo bilancio ripropone tutti i programmi di finanziamento già previsti e ne conferma in gran parte la dotazione finanziaria. Vengono ritoccati al ribasso il programma Erasmus + (24,6 miliardi contro i 26,4 della proposta del 2018) e il fondo per la difesa (8 miliardi contro gli 11,4 di due anni fa), mentre viene mantenuta la dotazione di Digital Europe (8,2 miliardi). Beneficiano di un incremento significativo, tra gli altri – effetto della destinazione di una piccola porzione dei fondi del Recovery Instrument al potenziamento dei programmi esistenti – il programma di ricerca e innovazione Horizon Europe (che passa dagli 83,4 miliardi della proposta Juncker ai 94,4 della proposta attuale, di cui 13,5 erogati tramite il nuovo strumento per la ripresa) e soprattutto il programma d’investimento InvestEU, la cui dotazione viene più che duplicata (da 13,3 a 31,6 miliardi).

IL RECOVERY INSTRUMENT

Ai 1100 del bilancio comune tradizionale si aggiungono, si diceva, i 750 miliardi del nuovo strumento per la ripresa, Next Generation EU, spalmati negli anni 2021-2024. La Commissione – qui il doppio carattere potenzialmente rivoluzionario della proposta – potrà raccogliere tali fondi prendendo denaro in prestito sui mercati finanziari per conto dell’Unione e distribuirli in larga parte (500 miliardi) attraverso trasferimenti a fondo perduto (grants). La parte restante (250 miliardi) potrà essere invece erogata tramite prestiti agli Stati membri (loans).

Affinché possa contrarre prestiti sui mercati finanziari, come già anticipato nelle settimane precedenti, la Commissione propone di incrementare in via eccezionale e temporanea il cosiddetto headroom, ossia la differenza tra il massimale delle risorse proprie (l’importo massimo dei fondi che l’Ue può chiedere agli Stati membri) e il massimale della spesa effettiva. L’aumento straordinario dell’headroom – pari allo 0,6% del RNL dell’Ue – fornirà all’Unione la garanzia necessaria per emettere debito a condizioni favorevoli. I fondi raccolti saranno rimborsati dai futuri bilanci dell’Ue nell’arco di trent’anni, a partire dal 2027 e non oltre il 2058. Per facilitare il rimborso dei fondi raccolti sul mercato ed evitare di gravare sui bilanci nazionali negli anni avvenire, la Commissione si prepara a proporre nei prossimi anni l’introduzione di nuove risorse proprie rispetto a quelle già ipotizzate, tra cui una carbon border tax e un’imposta sul digitale per le grandi società.

I fondi del Recovery Instrument andranno in gran parte a costituire programmi totalmente nuovi, e solo in misura minore, come peraltro già detto, rinforzeranno i programmi di finanziamento già previsti dal bilancio comune. Le risorse verranno convogliate in tre pilastri. Il primo, dedicato al “sostegno agli Stati membri per investimenti e riforme”, contiene il piatto forte dell’intero piano, il nuovo dispositivo per la ripresa e la resilienza (Recovery and Resilience Facility) da 560 miliardi, che offrirà supporto finanziario soprattutto ai paesi più colpiti dalla crisi pandemica, sostenendo la transizione verde e digitale e la resilienza delle economie nazionali in linea con le priorità europee. Questo primo pilastro di sostegno diretto agli Stati contiene la nuova iniziativa REACT-UE, che andrà ad aggiungersi agli attuali programmi della politica di coesione per mitigare le conseguenze socioeconomiche della crisi, il potenziamento del Just Transition Fund e del Fondo agricolo per lo sviluppo rurale (entrambi i programmi già previsti dal Qfp). Il secondo asse del Recovery Instrument mira a “rilanciare l’economia europea incentivando l’investimento privato”. Conterrà il nuovo strumento di sostegno alla solvibilità (Solvency Support Instrument) – operativo fin dal 2020, 31 miliardi di dotazione – finalizzato a mobilitare risorse private e supportare con urgenza le imprese europee nelle regioni e nei settori più colpiti. Potenzierà InvestEU con altri 15,3 miliardi, di fatto più che raddoppiandone il volume e incorporando al suo interno un nuovo dispositivo per gli investimenti strategici (Strategic Investment Facility), che si propone di mobilitare fino a 150 miliardi con l’obiettivo specifico di migliorare la resilienza dei settori strategici collegati alla transizione verde e digitale e di investire nelle catene fondamentali del valore nel mercato interno.

Il terzo pilastro di Next Generation EU raccoglie gli investimenti che, sostiene la Commissione, mirano a “trarre insegnamento dalla crisi”. Innanzitutto, il nuovo programma per la salute EU4Health: dotazione di 9,4 miliardi (un aumento enorme rispetto ai 413 milioni di euro della vecchia proposta di Qfp), finalizzato al potenziamento della sicurezza sanitaria, alla preparazione appropriata alle crisi sanitarie future, all’approvvigionamento di farmaci e dispositivi medici essenziali. Il terzo asse del Recovery Instrument contiene inoltre l’incremento già menzionato degli investimenti in ricerca e innovazione nel programma Horizon Europe, il potenziamento del meccanismo di protezione civile dell’Unione RescEU, una dotazione supplementare di 16,5 miliardi per l’azione esterna e l’assistenza umanitaria e il ritocco al rialzo di altri programmi europei per allineare il nuovo bilancio alle priorità del piano di ripresa.

I PROSSIMI MESI

Pur se molto ambiziosa e potenzialmente storica, quella della Commissione resta una proposta: la definizione del piano della ripresa passa ora al Parlamento e soprattutto agli Stati membri. L’esecutivo Von der leyen punta “a un accordo politico” entro luglio in sede di Consiglio europeo sull’intero pacchetto (Recovery Instrument e bilancio 2021-2027): solo così, sostiene la Commissione, l’Ue potrà imprimere un rinnovato dinamismo alla ripresa e dotarsi degli strumenti necessari per far ripartire l’economia e costruire il proprio futuro. Non sarà semplice: la nuova proposta della Commissione trova il favore di Germania, Francia e dei paesi del blocco sudeuropeo (Italia in testa) ma è avversata – proprio per i caratteri innovativi del Recovery Instrument (dimensioni, modalità di raccolta dei fondi e meccanismi di erogazione degli stessi) – dai paesi cosiddetti frugali (Austria, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia). Sarà compito soprattutto del presidente Charles Michel trovare l’ennesimo compromesso. La procedura di approvazione del piano per la ripresa riflette quella del bilancio di lungo termine e richiederà quindi il voto unanime del Consiglio: per far avanzare l’integrazione europea e dare all’Unione un piano di ripresa all’altezza delle sfide future nessuno Stato membro dovrà tirarsi indietro.

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