Università, le sfide della fase 3

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Giulia Tani
Credit: Pixabay/Wokandapix

Con l’avvio della fase 2, poco è cambiato per le università in Italia. Salvo rare eccezioni, lo svolgimento delle lezioni, degli esami e delle sedute di laurea rimarrà online almeno fino al termine della sessione estiva. Persino gli open day, le giornate di presentazione degli atenei per gli studenti delle scuole superiori, si stanno svolgendo da remoto. Nell’arco di poche settimane, l’intero sistema universitario si è completamente digitalizzato. Una vera e propria rivoluzione, pari a quella che ha investito le scuole. Ma ora è arrivato il momento di pianificare la prossima fase.

In questi giorni, i rettori degli atenei italiani si sono riuniti in via telematica per definire le modalità della fase 3, che dovrebbe cominciare a settembre dell’anno corrente e proseguire fino a gennaio 2021. Malgrado il desiderio di riaprire al più presto le aule agli studenti, sarà difficile tornare pienamente alla normalità entro la fine dell’anno. Le università si stanno dunque predisponendo a offrire una didattica mista, o “blended”, al fine di sfruttare al meglio i vantaggi sia delle lezioni frontali sia di quelle a distanza. Si ricorrerà al canale digitale per tutte le attività che è possibile svolgere da remoto e in modo asincrono. Con l’apprendimento in aula, invece, si valorizzeranno l’interazione e il confronto, essenziali per una formazione completa dello studente. Tale approccio risulta condiviso da molti atenei internazionali, tra cui in primis la prestigiosa Università di Cambridge.

La didattica “ibrida” offre l’indubbio vantaggio di raggiungere quelle fasce di studenti cui spesso è preclusa la frequenza dei corsi (disabili, lavoratori, persone che hanno difficoltà a spostarsi per studiare e così via). Ciò nonostante, è previsto per il prossimo anno accademico un crollo delle immatricolazioni, in conseguenza della crisi economica che colpirà le famiglie italiane. Secondo l’Osservatorio Talents Venture, società di consulenza specializzata nell’istruzione universitaria, se il Pil italiano dovesse contrarsi del 9,1% (come è stato stimato dal Fondo Monetario Internazionale), il numero di studenti immatricolati potrebbe passare da circa 297.000 a poco più di 262.000: una perdita di ben 35.000 studenti, l’11% in meno rispetto all’anno accademico corrente. Si tratta di una prospettiva particolarmente drammatica per l’Italia, che da anni risulta fanalino di coda tra i Paesi europei quanto a percentuale di giovani laureati.

Il calo delle immatricolazioni andrebbe a colpire soprattutto i ragazzi provenienti da contesti socioeconomici più fragili, esasperando disuguaglianze già esistenti. Anche le università subirebbero una perdita considerevole in termini di minore gettito derivante dalle iscrizioni: nel complesso, l’Osservatorio stima una perdita di circa 46 milioni di euro. Specialmente esposti sono gli atenei privati e quelli che ospitano quote elevate di immatricolati fuori sede, quali l’Università di Ferrara (in cui il 67% dei nuovi studenti proviene da un’altra regione), l’Università Bocconi (68%) e l’Università di Trento (61%). L’emergenza sanitaria, infatti, ridurrà la propensione allo spostamento degli studenti. Anche l’Università di Bologna, il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino e l’Università Cattolica, altri atenei favoriti dagli studenti fuori sede, potrebbero essere particolarmente colpiti. Le Accademie di Belle Arti e i Conservatori (istituti Afam), invece, subiranno soprattutto l’impatto del calo delle immatricolazioni da parte degli studenti internazionali, che ad oggi costituiscono il 15% dei loro iscritti (contro una media del 5% negli atenei italiani).

Per scongiurare questo rischio, il governo ha stanziato nel decreto Rilancio 290 milioni di euro a sostegno delle università italiane. Di essi, 165 milioni serviranno innanzitutto a ridurre le tasse universitarie per gli studenti più in difficoltà (l’obiettivo è di aumentare da 300.000 a 500.000 il numero di beneficiari della no tax area e assicurare uno sconto per altre 200.000 famiglie). Viene inoltre incrementato di 40 milioni il fondo integrativo statale per le borse di studio a favore degli studenti più meritevoli. Il decreto affronta poi la questione del digital divide, destinando altri 62 milioni all’acquisto degli strumenti necessari agli studenti per poter accedere alla didattica online, nonché di abbonamenti a banche dati e risorse bibliografiche. Ulteriori fondi sono destinati alle istituzioni Afam e ai dottorandi, che potranno prolungare il proprio contratto di due mesi per non risentire del blocco causato dall’epidemia.

Il decreto Rilancio contiene anche un intervento significativo a favore della ricerca. Nel 2021, le università potranno spendere altri 200 milioni per assumere 3.333 nuovi ricercatori oltre ai 1.607 già previsti, mentre ulteriori 50 milioni andranno agli enti pubblici per l’assunzione di altri 1.300 ricercatori. Saranno inoltre arricchiti il Fondo per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica (che riceverà 250 milioni nel 2021 e 300 milioni nel 2022) e il Fondo per il finanziamento ordinario delle università (cui sono destinati altri 100 milioni nel 2021 e 200 milioni nel 2022).

In una recente intervista all’HuffPost, il ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi ha affermato che la competitività futura del nostro Paese dipenderà da due fattori essenziali: l’investimento nella ricerca per la transizione digitale ed ecologica del sistema produttivo e la garanzia del diritto universale allo studio. Fondamentale, in questo senso, sarà il ruolo giocato dai nuovi strumenti digitali. “L’università deve essere in grado di coniugare la sua tradizione di grande comunità fisica alle potenzialità di apertura e contaminazione derivanti da un uso saggio delle tecnologie,” ha affermato il ministro. Che poi ha aggiunto: “Solo in questo modo potrà entrare davvero nelle case e nella società, diventando il motore di un rilancio del Paese. È la grande scommessa per il futuro.

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