Neet, quel triste primato italiano. La fotografia dell’Istat

Articolo
Domenico Salerno
Neet

Il fenomeno dei Neet, letteralmente Not Education, Employment or Training, fa riferimento al crescente numero di giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono impegnati né in un percorso di studi né in attività lavorative. Le cause di questa distorsione, pur essendo in alcuni casi molto eterogenee, possono essere in gran parte ricercate, oltre che nella scarsa disponibilità di posizioni lavorative (soprattutto nelle regioni meridionali), nelle difficoltà di accesso al mondo del lavoro dei giovani laureati e nella mancanza di collegamento tra università e impresa. Il numero di individui appartenenti a questa categoria potrebbe inoltre aumentare vertiginosamente a causa dell’impatto della pandemia da Covid-19.

Secondo gli ultimi dati Istat disponibili relativi al 2019, la quota di Neet nel nostro Paese è la più elevata dell’Unione Europea, attestandosi il 12,5% sopra alla media. In Italia i giovani non occupati e non in formazione, pur essendo diminuiti dell’1,2% rispetto al 2018, sono stati circa 2 milioni nel 2019, il 22,2% della popolazione nella fascia di età 15-29 anni. L’incidenza dei Neet, come facilmente presumibile, è inversamente proporzionale al livello di studio raggiunto. Tra i laureati la percentuale, seppur molto alta (19,5%), è decisamente inferiore rispetto ai giovani che hanno ottenuto solo il diploma (23,4%). A preoccupare però è soprattutto il divario con l’Europa in cui la media si attesta al 14,8% tra gli individui con un basso livello di istruzione e al 9% tra i laureati.

Osservando le caratteristiche delle persone che fanno parte della popolazione dei Neet, possiamo notare come questa condizione sia più diffusa tra le donne e tra gli stranieri residenti in Italia. La disparità di genere è piuttosto rilevante: le donne Neet risultano essere il 24,3% contro il 20,2% degli uomini. Stesso discorso per quanto riguarda la popolazione straniera per cui, a fronte di un valore generale del 31,2%, prendendo in considerazione le sole donne la quota di Neet cresce al 40,6%.

Un altro dato estremamente preoccupante riguarda il fatto che solo il 36,8% dei Neet si adopera attivamente nella ricerca di un’occupazione mentre il 31,1% fa parte della forza di lavoro potenziale, ovvero gli individui che sarebbero disposti a lavorare ma che non sono impiegati in una ricerca attiva. Il restante 32%, circa 640.000 persone, oltre a non cercare lavoro, si è dichiarato non disponibile a lavorare. La quota di Neet che mostrano interesse nel trovare un impiego è più bassa tra le donne (59,1%) rispetto agli uomini (77,9%). Questa differenza va comunque ad assottigliarsi all’aumentare del grado di istruzione.

Disgregando i dati a livello territoriale, possiamo notare che nelle regioni meridionali l’incidenza dei Neet si attesta al 33%, più del doppio di quella delle regioni del Nord (14,5%) e notevolmente più elevata di quella rilevata al Centro (18,1%). I giovani meridionali Neet risultano però più interessati a trovare un’occupazione (75,1%) rispetto agli omologhi del Nord (56,7%) e del Centro (62,6%). Numeri, questi, che sottolineano come nel Mezzogiorno la pesante diffusione di questa condizione sia la diretta conseguenza delle minori opportunità lavorative sul territorio.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Nato ad Avellino nel 1990. Ha conseguito una laurea triennale in “Economia e gestione delle aziende e dei servizi sanitari” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e successivamente una laurea magistrale in “International Management” presso la LUISS Guido Carli. Al termine del percorso accademico ha frequentato un master in “Export Management & International Business” presso la business school del Sole 24 Ore.

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