I settori industriali nella crisi Covid-19. Le sofferenze del sistema produttivo italiano (ed europeo)

Articolo
Michele Masulli

I bollettini periodici dell’Eurostat cominciano a riassumere in cifre le vicende che l’Unione europea ha vissuto negli ultimi mesi e che ritroviamo nelle cronache dei giornali sulla crisi Covid-19 e nella vita di ciascuno di noi. L’aggiornamento del 9 giugno stima, per il primo trimestre del 2020, un calo del Pil Ue rispetto al trimestre precedente del 3,2%. Siamo, quindi, a marzo 2020, quando le misure di lockdown venivano gradualmente applicate in maniera diffusa negli Stati membri. Si tratta del declino più significativo dal 1995, data di inizio della serie storica. Il calo riguarda tutte le componenti del prodotto interno lordo, ad eccezione delle scorte: dai consumi (-4,3%) agli investimenti (-3,9%), dalle esportazioni (-3,5%) alle importazioni (-3,2%).

Guardando all’industria, i settori più danneggiati sono quelli più direttamente colpiti dalle misure di contenimento del virus. Il commercio all’ingrosso e al dettaglio, i trasporti, le strutture ricettive e la ristorazione registrano nel primo trimestre dell’anno un calo del 6,2%, immediatamente seguiti dal comparto delle arti e dell’intrattenimento (-6,1%). A scendere troviamo tutti i settori produttivi, fino all’agricoltura, il comparto meno penalizzato (-0,7%).

Già nel mese di maggio, Eurostat aveva stimato una riduzione della produzione industriale del 10,4% per il mese di marzo rispetto a febbraio: un calo che aveva accomunato tutte le tipologie di beni industriali (intermedi, capitali, durevoli e non, energetici) e che si è riflessa in un calo del prezzo di questi prodotti dell’1,9% nel mese successivo. Considerando gli Stati membri, l’Italia e la Francia sono i Paesi più colpiti, alla pari, con una riduzione del Pil del 5,3% nel primo trimestre, di poco superiore rispetto a Spagna e Slovacchia (-5,2%).

Dal nostro Paese, emerge il quadro di un sistema produttivo in forte sofferenza, testimoniata dalla massiccia adesione alle misure di supporto alla liquidità introdotte dal Governo, soprattutto alle richieste di prestiti e di garanzie agevolate dallo Stato. Le difficoltà del manifatturiero italiano sono evidenziate anche da altre autorevoli analisi. Il “Rapporto Analisi dei Settori Industriali” curato da Intesa San Paolo e Prometeia stima, seppur con ampi margini di incertezza, una riduzione dei fatturati del 15% per il 2020. I settori maggiormente penalizzati sarebbero il sistema moda, la meccanica, la produzione di elettrodomestici e l’automotive, segnati dal blocco agli acquisti di famiglie e imprese in Italia e all’estero, che vedrebbero i ricavi ridursi tra il 19% e il 26%. Si muove in controtendenza il farmaceutico, che aumenterebbe i fatturati del 4,2% nel 2020 e che da più anni mostra un dinamismo significativo, in particolare sui mercati internazionali.

Per il triennio 2022-2024, si immagina un percorso di ripresa al ritmo del 3% annuo. Questo arco temporale di graduale recupero deve rappresentare una finestra di opportunità per dare forza a iniziative di rafforzamento e trasformazione del sistema produttivo italiano, seguendo soprattutto gli assi dell’innovazione digitale e della sostenibilità ambientale. Da un lato gli investimenti in tecnologie ICT e nell’automazione, nel solco della transizione verso il paradigma 4.0, dall’altro la spinta verso lo sviluppo e l’integrazione di tecnologie verdi, nella cornice dell’European Green Deal, possono comportare notevoli guadagni in termini di investimenti attivati, produttività, efficienza, solidità del settore produttivo nei confronti dei competitor internazionali. Il sistema delle imprese italiano appare già oggi più solido rispetto a qualche anno fa, e quindi più resiliente nell’affrontare la crisi, secondo Intesa San Paolo e Prometeia.

A causa del profondo processo di selezione e di ristrutturazione che ha coinvolto l’industria a partire dalla crisi del 2009, oggi il manifatturiero sembra più robusto sia per liquidità, sia per patrimonializzazione. Un’ulteriore opportunità per l’impresa italiana è rappresentata dalla regionalizzazione delle catene del valore, già in atto per alcuni settori e che potrebbe essere una delle tendenze che emergono dalla crisi Covid-19, tutt’al più se i processi di reshoring e near-shoring saranno favoriti da una politica industriale di dimensioni europee.