Gli effetti dello smart working su aziende private e pubblica amministrazione. Il focus della Banca d’Italia

Articolo
Thomas Osborn
aziende

Dopo quasi un anno di Covid-19 la maggior parte dei cittadini e dei lavoratori italiani sono entrati in contatto con l’ormai ben noto smart working. Il lavoro agile, introdotto nell’ordinamento italiano con la legge numero 81 del 2017, ha permesso a numerose aziende di continuare a operare nonostante le misure di sicurezza e la chiusura di uffici e posti di lavoro. Ma pure a migliaia di lavoratori su tutto il territorio nazionale di svolgere i propri mestieri da casa, in ogni momento e senza il bisogno di compiere spostamenti. Inoltre, e non è cosa da poco, ha contribuito a limitare la diffusione della pandemia. I dati rilasciati dalla Banca d’Italia contenuti in tre “Note Covid-19” pubblicate recentemente dimostrano che gli effetti dello smart working sui lavoratori e sulle imprese sarebbero positivi, in quanto attraverso esso sono stati preservati livelli salariali e occupazione, sebbene non tutti i settori economici ne siano stati coinvolti in egual modo.

LO SMART WORKING NEL SETTORE PRIVATO

Le politiche messe in atto dal governo per contrastare la diffusione del virus e i suoi effetti sul mondo del lavoro hanno portato a una forte crescita del lavoro agile nel settore privato. Secondo i dati della Banca d’Italia, la percentuale di lavoratori in smart working è aumentata dall’1,4% nel secondo trimestre del 2019 al 14,4 nello stesso periodo del 2020. Gli individui interessati da questa crescita sono passati da meno di 200 mila a 1,8 milioni.

L’utilizzo dello smart working in Italia è tuttavia stato poco omogeneo tra settori, con tanti mestieri che non hanno avuto modo di realizzare una piena transizione al digitale. Nell’anno da poco concluso ha assunto una sempre maggiore rilevanza l’indicatore relativo alla cosiddetta “telelavorabilità”, che misura l’effettiva possibilità di svolgere le mansioni da remoto. Tra i lavori che hanno guadagnato un elevato punteggio in questo speciale indice emerge un’adozione significativa del lavoro in forme agili. Ad esempio, i comparti dell’informazione e comunicazione hanno visto passare la percentuale di dipendenti in lavoro agile dal 5,8 al 58,6%, mentre per il comparto finanziario la percentuale è salita dall’1,9 al 51,1%. Il tasso di adozione è invece notevolmente inferiore per i settori caratterizzati da una bassa telelavorabilità, quali il settore alberghiero e della ristorazione (1,5%).

I LAVORATORI DEL SETTORE PRIVATO

Differenze significative nell’adozione del lavoro in forma agile derivano anche dalle caratteristiche specifiche dei lavoratori. Ad esempio, i dati della Banca d’Italia riportano che le donne sono passate a forme di smart working in percentuale maggiore rispetto agli uomini. Sebbene nel 2019 la percentuale di uomini e donne che facevano ricorso alla modalità di lavoro agile era simile, durante la pandemia le dipendenti in smart working sono state il 16,9% (con un incremento del 15,4%) contro il 12,8% dei loro colleghi.
Un altro dato interessante riguarda la retribuzione dei lavoratori. Considerando i dati relativi al periodo della pandemia di Covid-19, i salari dei dipendenti che hanno svolto attività da remoto sono stati superiori rispetto a quelli dei lavoratori che non hanno avuto questa possibilità. Questo dato si riflette in gran parte sul maggior numero di ore lavorate, aumentate in media di due alla settimana. Da non sottovalutare pure il dato che riguarda il ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni (CIG), utilizzata di meno rispetto ai lavoratori che non hanno usufruito del lavoro da remoto.

I DATI SULLE AZIENDE

Il Covid-19 ha catapultato le imprese italiane nel pieno della transizione digitale e ha accelerato i processi di cambiamento in modi del tutto inimmaginabili fino a un anno fa. Molte aziende si sono ritrovate impreparate di fronte a sfide di carattere organizzativo e tecnologico e la difficoltà, o l’impossibilità, di svolgere il lavoro con modalità tradizionali (ossia in presenza) ha causato a grandi fasce del tessuto produttivo e industriale impatti negativi in termini di fatturato e occupazione. In questo contesto, i dati della Banca d’Italia dimostrano che la possibilità di compiere mansioni anche a distanza ha aiutato a contrastare la crisi. Sebbene il numero di imprese che ha usato lo smart working sia passato dal 28,7 del 2019 all’82,3% nel 2020, la sua adozione risulta fortemente eterogenea tra le diverse realtà italiane. Lo studio dimostra come caratteristiche specifiche delle aziende, quali il tipo di attività svolta, l’adozione di tecnologie e le dotazioni infrastrutturali e di capitale umano, siano state determinanti in questo senso: a parità di settore, area geografica e classe dimensionale l’utilizzo dello smart working è aumentato soprattutto tra le imprese più dinamiche e innovative, soprattutto se caratterizzate da un’età media giovanile dei dipendenti e da investimenti nelle tecnologie cloud.

E NELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE?

Prima della pandemia, le pubbliche amministrazioni italiane erano caratterizzate da una bassissima percentuale di utilizzo di forme di lavoro da remoto. La quota non raggiungeva il 5%, una delle percentuali più basse tra i grandi Paesi europei, e rifletteva un basso livello di digitalizzazione dell’intero comparto pubblico. La brusca accelerazione data dalla pandemia ha tuttavia interrotto questa tendenza e ha portato un repentino aumento del ricorso allo smart working anche tra i dipendenti statali. Secondo i dati della Rilevazione delle Forze di Lavoro (RFL) riportati nella nota della Banca d’Italia, la percentuale di lavoratori pubblici che ha svolto le proprie mansioni da casa almeno una volta nella settimana di riferimento è stata pari al 33%. Nel settore dell’istruzione questa cifra è persino raddoppiata e ha raggiunto il 59%, mentre è rimasta molto più bassa per il settore della sanità (6%).

Un altro elemento che risulta determinante per l’adozione del lavoro agile è rappresentato dalle ridotte competenze del personale. A conferma di ciò, si evidenzia che tra le pubbliche amministrazioni che hanno fatto ricorso a investimenti aggiuntivi per implementare lo smart working (63%), la maggior parte ha puntato sul potenziamento delle dotazioni individuali e dell’infrastruttura tecnica.

Infine, in linea con le misure restrittive adottate, nonché con la severità delle condizioni derivanti dalla pandemia, emergono differenze significative tra Nord e Sud nella capacità di convertire il lavoro dei servizi pubblici in lavoro agile, con il Mezzogiorno che presenta livelli inferiori di oltre dieci punti percentuali rispetto al Centro e al Nord.

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