L’Italia e il fenomeno della sanità sospesa nell’anno della pandemia

Articolo
Maria Rosaria Della Porta

Nell’anno della pandemia, 35 milioni di italiani hanno avuto significative difficoltà ad accedere a servizi e prestazioni sanitarie per patologie non Covid. Si parla, dunque, di sanità sospesa che avrà un impatto rilevante sulla salute della popolazione nel prossimo futuro, così da rendere necessario garantire un maggiore accesso all’innovazione compresa quella farmaceutica per scongiurare un peggioramento della morbilità.

Il dato in esame emerge dall’indagine “Gli italiani e il Covid-19. Impatto socio-sanitario, comportamenti e atteggiamenti della popolazione italiana” promossa dalla Fondazione Italia in Salute e realizzata da Sociometrica, con l’obiettivo di analizzare i risvolti sanitari e psicologici della crisi pandemica in Italia e di quantificare su scala nazionale le conseguenze dell’epidemia sull’intero sistema salute.

I periodi di lockdown hanno infatti avuto, tra le altre cose, effetti pesanti non solo sulla gestione dei pazienti contagiati ma anche sull’accesso alle visite e ai trattamenti non Covid. Secondo la ricerca di Fondazione Italia in Salute, sono state appunto cancellate o rimandate visite e servizi sanitari per il 52% degli italiani. Nello specifico, tra i tipi di servizi sanitari più cancellati per pazienti non Covid, rientrano le visite specialistiche a cui hanno dovuto rinunciare circa 7 milioni di italiani e di questi l’83,9% appartenente alla categoria degli over 65 anni. Inoltre, 600.000 italiani non hanno potuto fare interventi chirurgici e circa 1 milione di persone non ha avuto le prestazioni di day hospital.

Anche il recente studio “Osservatorio sull’impatto della pandemia COVID-19 sull’accesso alle cure” di IQVIA, realizzato con il supporto non condizionante di Farmindustria, denuncia il fenomeno della sanità sospesa in Italia, caratterizzato dalla forte contrazione nell’accesso a diagnosi e cure. Secondo la multinazionale americana – leader mondiale nell’elaborazione e analisi dei dati in ambito healthcare – durante il 2020 il Covid-19 ha avuto un impatto significativo sul numero di nuove diagnosi e trattamenti, oltre che sulle richieste di visite specialistiche ed esami in tutte le principali aree terapeutiche (patologie respiratorie, cardiovascolari, cardio metaboliche e oncologiche). Precisamente si rileva una contrazione delle nuove diagnosi del 13%, dei nuovi trattamenti del 10%, degli invii allo specialista del 31% e delle richieste di esami del 23%.

A questo si aggiungono poi i forti ritardi nei programmi di screening oncologico già denunciati dall’Osservatorio Nazionale Screening (ONS). Tali ritardi sono correlati sia alla tendenziale minore partecipazione delle persone ai programmi di prevenzione ma anche alla limitata disponibilità del personale sanitario e di spazi fisici o di tecnologie che sono stati in parte o del tutto riconvertiti a supporto delle diagnosi dell’infezione da coronavirus.

Oltre che sulla sanità sospesa, lo studio della Fondazione Italia in salute indaga anche sull’impatto della pandemia sui comportamenti collettivi, sullo stato psicologico del Paese e sull’atteggiamento di fiducia o di diffidenza verso i vaccini.

Emerge che il 63,3% degli italiani evita di prendere mezzi pubblici, oltre la metà non frequenta più negozi, bar e ristoranti e circa 7 persone su 10 hanno scelto di non vedere più amici e conoscenti dentro casa. Il pericolo del contagio ha, inoltre, determinato effetti psicologici anche sull’utilizzo dei servizi sanitari: il 63,9% della popolazione preferisce infatti evitare di frequentare ospedali mentre solo il 13,8% non ha timore di entrare in strutture mediche.

Relativamente ai vaccini, gli italiani mostrano un atteggiamento molto differenziato: il 7,5% non intende farlo, il 9,9% attende di capire di più, mentre il 7,6% vorrebbe poter scegliere quale vaccino fare. Un Italiano su quattro, però, non vede l’ora di fare il vaccino e soprattutto le persone che hanno patologie di vario tipo vogliono tutte essere vaccinate. Anche dal punto di vista sociale ci sono significative differenze: sono le persone con maggiore istruzione a essere più favorevoli alla vaccinazione contro il Covid-19.

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