Dopo anni in cui la sanità è stata prevalentemente considerata una dimensione tecnica o sociale, il contesto internazionale ha imposto un cambio di prospettiva. La tensione geopolitica, la crescente frammentazione degli scambi globali, le vulnerabilità emerse durante la pandemia e le interruzioni delle catene del valore hanno riportato la salute al centro dell’agenda politica come asset strategico, non solo per il benessere dei cittadini, ma anche per la sicurezza economica e industriale.

In questo scenario, il 2026 si configura come un anno di svolta. Non solo per l’avanzamento di importanti iniziative europee, ma anche per il moltiplicarsi di crisi che stanno ridefinendo gli equilibri globali. Tra queste, la situazione nello Stretto di Hormuz rappresenta uno dei segnali più evidenti di un cambiamento strutturale che coinvolge direttamente anche il settore farmaceutico.

LO STRETTO DI HORMUZ E IL RISCHIO DI CARENZE

La chiusura (o limitazione) del traffico nello Stretto di Hormuz – uno dei principali snodi del commercio mondiale – sta già producendo forti effetti sui mercati energetici e logistici, con ripercussioni che iniziano a emergere anche sul fronte sanitario.

Secondo le prime analisi, il protrarsi della crisi potrebbe tradursi in carenze di farmaci essenziali nei prossimi mesi anche in Europa e in Italia, coinvolgendo prodotti di largo utilizzo come paracetamolo, antibiotici e antidiabetici, oltre a farmaci più complessi. Il fenomeno non è episodico, ma riflette una vulnerabilità strutturale. Le catene di approvvigionamento dei farmaci sono infatti profondamente integrate a livello globale e dipendono in larga misura da rotte commerciali e da materie prime concentrate in specifiche aree geografiche.

CATENE GLOBALI E VULNERABILITÀ SISTEMICA

Le interruzioni delle catene del valore osservate negli ultimi anni hanno reso evidente la necessità di rafforzare la produzione interna di beni sanitari essenziali e di diversificare le fonti di approvvigionamento.

Il settore farmaceutico è emblematico. Una quota significativa dei principi attivi e delle materie prime utilizzate in Europa proviene da Paesi extra-UE, con una forte concentrazione geografica della produzione. Si stima che fino all’80% degli API utilizzati nell’Unione provenga da Paesi asiatici, in particolare Cina e India. Non si tratta solo di una questione di origine geografica, ma di concentrazione produttiva. A livello globale, la sola India produce circa il 48% degli API, mentre la Cina il 18%, lasciando all’Europa una quota significativamente inferiore.

Tale modello, costruito negli anni su logiche di efficienza e riduzione dei costi, ha garantito accesso a farmaci a prezzi contenuti, ma ha anche aumentato l’esposizione a shock esterni. La crisi di Hormuz si inserisce esattamente in questo quadro: non colpisce direttamente la produzione farmaceutica, ma agisce su uno dei nodi critici della catena globale, con effetti a cascata su energia, logistica e disponibilità di materie prime.

UN SISTEMA GIÀ SOTTO PRESSIONE

Il rischio di nuove carenze si insidia in un contesto che già presenta criticità. Le difficoltà di approvvigionamento non sono infatti un fenomeno nuovo, ma una caratteristica sempre più strutturale del sistema farmaceutico europeo.

Come analizzato anche nell’ultimo Policy Brief I-Com, nel 2025 il 96% dei Paesi europei ha segnalato carenze di medicinali, con oltre 600 farmaci indisponibili in più di un terzo degli Stati membri. In molti casi, la situazione non è migliorata rispetto agli anni precedenti, rimanendo stabile su livelli elevati o addirittura peggiorando.

Anche l’Italia non è immune da questa dinamica: nel 2025 si è registrato infatti un aumento del 4,8% degli episodi di carenza di farmaci rispetto all’anno precedente. I dati mostrano come il sistema fosse già fragile prima dell’attuale crisi geopolitica. Il rischio legato a Hormuz agisce quindi come un moltiplicatore di vulnerabilità.

ENERGIA, INDUSTRIA E SALUTE: UN SISTEMA INTERCONNESSO

Uno degli aspetti più rilevanti della crisi attuale è il legame sempre più stretto tra energia, industria e sanità. La produzione farmaceutica dipende da un insieme di fattori interconnessi, che includono l’energia necessaria per i processi industriali, le materie prime chimiche e petrolchimiche e le reti globali di trasporto. L’interruzione di uno di questi elementi, come nel caso dello Stretto di Hormuz, ha effetti diretti sull’intero sistema.

Non è un caso che le interruzioni delle catene di approvvigionamento durante la pandemia e le successive tensioni commerciali abbiano reso evidente la necessità di rafforzare la produzione interna e diversificare le rotte commerciali.

Il rafforzamento dell’autonomia strategica europea è diventato dunque uno degli obiettivi centrali delle politiche sanitarie e industriali. Le vulnerabilità emerse negli ultimi anni hanno infatti reso evidente la necessità di ridurre le dipendenze critiche, rafforzare la produzione interna e sviluppare nuove rotte commerciali. Questo vale non solo per i farmaci finiti, ma anche e soprattutto per i principi attivi e le materie prime. Il rischio di carenze legato alla crisi di Hormuz rappresenta un esempio concreto di questa dipendenza.

Non è un caso che anche il livello politico abbia ormai adottato un linguaggio che fino a poco tempo fa apparteneva soprattutto agli operatori del settore. Di fronte al rischio di nuove carenze, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha riconosciuto che l’intera Europa potrebbe trovarsi esposta a criticità nella disponibilità di medicinali, sottolineando come sia necessario intervenire sulle dipendenze strutturali della filiera: “dobbiamo diminuire la dipendenza da Cina e India per quanto riguarda i principi attivi, perché è chiaro che situazioni come queste possono mettere a rischio la disponibilità dei farmaci”.

Nella stessa direzione si è mosso anche il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, che ha richiamato il tema dell’autonomia strategica europea nell’approvvigionamento dei farmaci, evidenziando la fragilità del modello attuale: “l’Europa deve garantirsi una propria autonomia strategica, perché oggi dipendiamo in larga parte dall’estero per le materie prime e per i principi attivi”.

A queste valutazioni si aggiungono quelle dell’industria. Il presidente di Farmindustria Marcello Cattani ha sottolineato come uno dei principali punti critici sia proprio la dipendenza da Cina e India per i principi attivi più comuni, stimata intorno al 74%, oltre che per materie prime, packaging e componenti della filiera. Ma il tema non riguarda solo la produzione ma coinvolge sempre più anche l’innovazione. “Basti pensare che ormai molti dei nuovi farmaci oncologici hanno origine in Cina e che il 30% degli studi clinici globali viene avviato in Cina”, ha osservato, richiamando il crescente spostamento del baricentro scientifico globale.

Cattani ha inoltre evidenziato la necessità di una risposta europea più incisiva: “mentre Stati Uniti, Cina, Emirati Arabi, Singapore e Arabia Saudita stanno investendo massicciamente in ricerca e sviluppo – con circa 2.000 miliardi di dollari previsti nei prossimi cinque anni – l’Europa continua a perdere terreno, anche a causa di politiche che aumentano i costi per l’industria e riducono la competitività del sistema”. Un passaggio che conferma come il nodo dei farmaci non sia più soltanto industriale o sanitario, ma pienamente politico e strategico.

IL RUOLO DELLE POLITICHE EUROPEE

È in questo quadro che si inseriscono alcune iniziative europee recenti, tra cui il Critical Medicines Act, che mira a rafforzare sicurezza sanitaria e resilienza delle catene di approvvigionamento. La proposta nasce proprio dalla consapevolezza delle fragilità emerse negli ultimi anni. La lista europea dei medicinali critici comprende oggi oltre 200 sostanze attive considerate essenziali per il funzionamento dei sistemi sanitari. Parallelamente, l’Unione sta cercando di superare un modello basato esclusivamente sul prezzo, introducendo criteri legati alla sicurezza delle forniture, alla diversificazione e alla resilienza industriale.

Senza dubbio si osserva un gap tra l’ambizione delle strategie europee e la loro capacità effettiva di garantire, nel breve periodo, la resilienza delle catene di approvvigionamento. Le iniziative in corso rappresentano un passo nella giusta direzione, ma si scontrano con vincoli strutturali che richiedono tempi lunghi di implementazione, investimenti consistenti e un elevato grado di coordinamento tra Stati membri. Nel frattempo, la rapidità con cui si manifestano gli shock geopolitici e industriali rischia di mettere sotto pressione un sistema che resta ancora esposto a dipendenze critiche. È proprio in questo scarto temporale tra risposta politica e trasformazione reale delle filiere che si concentra oggi una delle principali vulnerabilità del sistema europeo.

LA SALUTE NEL NUOVO ORDINE GLOBALE

La crisi dello Stretto di Hormuz evidenzia come la salute sia ormai parte integrante del nuovo ordine globale. Le dinamiche geopolitiche, le tensioni commerciali e le trasformazioni industriali stanno ridefinendo il contesto in cui operano i sistemi sanitari, imponendo una revisione profonda delle strategie di approvvigionamento e produzione.

La capacità di garantire l’accesso ai farmaci diventa quindi un indicatore della resilienza complessiva di un sistema Paese. La vera sfida non sarà solo gestire le emergenze, ma costruire un sistema capace di resistere agli shock, anticipare i rischi e adattarsi a un contesto globale sempre più instabile.