Il nuovo Digital Government Outlook 2026 dell’OCSE evidenzia che molti Paesi hanno ormai costruito le fondamenta del governo digitale. Tuttavia, oggi, la sfida decisiva è trasformare piattaforme, dati, intelligenza artificiale e competenze in benefici concreti per cittadini e imprese.

Il dibattito sulla trasformazione digitale della pubblica amministrazione entra, dunque, in una fase più matura. Dopo anni in cui l’attenzione si è concentrata soprattutto sullo sviluppo di infrastrutture, piattaforme e servizi online, il tema centrale oggigiorno diventa un altro: non conta più soltanto quanto i governi siano digitalizzati ma quanto il digitale riesca effettivamente a migliorare il funzionamento dello Stato.

È questo il messaggio chiave del rapporto dell’OCSE. I Paesi hanno compiuto progressi significativi nella costruzione delle basi del governo digitale ma devono ora passare dalla disponibilità degli strumenti alla loro piena integrazione nei processi e servizi pubblici.

GOVERNO DIGITALE, LA SFIDA È TRASFORMARE L’INNOVAZIONE IN BENEFICI CONCRETI PER CITTADINI E IMPRESE

Il rapporto, nello specifico, presenta i risultati del Digital Government Index (DGI) e dell’Open, Useful and Re-usable Data Index (OURdata) e analizza i progressi compiuti dai governi di 36 Paesi OCSE e di 8 Paesi candidati all’adesione nella trasformazione digitale della pubblica amministrazione. Negli ultimi anni, molti governi hanno rafforzato strategie, strumenti e infrastrutture digitali, con l’obiettivo di rendere la macchina amministrativa più coerente, efficace e orientata alle esigenze di cittadini e imprese.

Molti Paesi dispongono ormai di sistemi di identità digitale, infrastrutture cloud, portali unici e strategie governative per la gestione dei dati. Ad esempio, il 69% dei Paesi OCSE ha reso accessibile più della metà dei servizi pubblici online tramite un’identità digitale. Tuttavia, la semplice esistenza di queste componenti non garantisce automaticamente servizi più semplici, decisioni migliori o una maggiore fiducia da parte dei cittadini. Permangono, di fatto, delle lacune che ne impediscono il pieno sfruttamento.

Percentuale di paesi OCSE che adottano sistemi di infrastrutture pubbliche digitali, 2023 e 2025

Uno dei principali nodi riguarda l’interoperabilità. Secondo l’OCSE, sebbene la maggior parte dei Paesi possieda sistemi di interoperabilità dei dati, solo i due terzi delle istituzioni pubbliche utilizza effettivamente i sistemi nazionali di condivisione dei dati. Questo significa che, anche quando la tecnologia è disponibile, cittadini e imprese possono continuare a incontrare procedure frammentate, richieste ripetute di documenti e servizi poco coordinati.

INVESTIMENTI DIGITALI: IL PROBLEMA È MISURARE I RISULTATI

Il report sottolinea, inoltre, che resta ampio il margine di miglioramento nella valutazione dell’impatto degli investimenti digitali. I governi pianificano e finanziano sempre più spesso progetti legati alla trasformazione digitale ma la capacità di misurarne concretamente i risultati rimane ancora debole. Infatti, il 75% dei Paesi OCSE non verifica se le risorse destinate a tecnologie digitali e intelligenza artificiale producano effettivamente gli effetti attesi.

Si tratta di un limite particolarmente rilevante, perché la trasformazione digitale richiede investimenti continui, capacità di correggere gli interventi in corso d’opera e disponibilità a interrompere le iniziative che non funzionano. In assenza di adeguati strumenti di valutazione, i governi rischiano di finanziare progetti senza sapere se generano davvero valore per cittadini e imprese.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE NELLA PA: ADOZIONE QUASI UNIVERSALE, GOVERNANCE ANCORA FRAGILE

L’intelligenza artificiale rappresenta uno dei passaggi più delicati della nuova fase del governo digitale. L’OCSE rileva che l’IA è ormai utilizzata in almeno un’area di governo nella quasi totalità dei Paesi OCSE. L’uso è più diffuso nei processi interni e nella progettazione ed erogazione dei servizi pubblici, mentre resta più limitato nel policymaking e nelle funzioni di controllo e accountability. Inoltre, il 92% dei Paesi OCSE dispone già di una strategia per l’utilizzo dell’IA nel settore pubblico.

Utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA) nella pubblica amministrazione (% dei paesi OCSE per funzioni governative selezionate)

Tuttavia, l’adozione dell’IA procede più rapidamente della capacità dei governi di governarla in modo pienamente affidabile. Strategie e strutture di coordinamento sono sempre più presenti ma permangono carenze nella valutazione dell’impatto, nella trasparenza e nei controlli operativi. Il rischio è che l’IA rimanga confinata a sperimentazioni isolate, senza diventare uno strumento stabile per migliorare produttività, qualità dei servizi e capacità decisionale. La sfida per i governi ora è quella di coordinare il ritmo di adozione dell’IA con una governance ben progettata, capacità digitali e dati concreti.

IL NODO DELLA FIDUCIA: SENZA GOVERNANCE IL DIGITALE NON SCALA

La trasformazione digitale della pubblica amministrazione dipende anche dalla fiducia. Il report evidenzia che solo il 52% delle persone in 30 Paesi OCSE si fida che il governo usi i dati personali per finalità legittime. È un dato particolarmente rilevante perché mostra come l’adozione di strumenti digitali non sia solo una questione tecnologica ma anche istituzionale e culturale.

Affinché il digitale funzioni nella PA, servono regole chiare, garanzie credibili, trasparenza sull’uso dei dati e capacità amministrative adeguate. In assenza di questi elementi, le piattaforme rischiano di essere percepite come strumenti opachi, alimentando diffidenza invece che semplificazione.

SERVIZI PUBBLICI: DA REATTIVI A PROATTIVI

Il report dedica particolare attenzione anche al tema dei servizi pubblici. Il modello tradizionale resta in larga parte reattivo: cittadini e imprese devono sapere a quale amministrazione rivolgersi, quali documenti presentare e quale procedura seguire. Un governo digitale maturo dovrebbe invece muoversi verso servizi più proattivi, capaci di anticipare i bisogni, ridurre gli adempimenti e limitare la necessità di fornire più volte le stesse informazioni.

Il principio del “once-only”, secondo cui la pubblica amministrazione non dovrebbe chiedere nuovamente dati già in suo possesso, è ormai ampiamente riconosciuto nelle strategie nazionali. La difficoltà, però, è renderlo una pratica ordinaria. Per farlo servono registri condivisi, piattaforme di scambio dati, basi giuridiche chiare, sistemi di consenso e meccanismi di verifica applicati in modo coerente.

IL CASO ITALIANO E IL RUOLO DELL’INTEROPERABILITÀ

In questo quadro, il caso italiano della Piattaforma Digitale Nazionale Dati – citato dall’OCSE – rappresenta un esempio significativo.

La Piattaforma consente l’interoperabilità dei sistemi informativi tra soggetti pubblici e privati, dando attuazione al principio “once-only”, secondo cui cittadini e imprese non devono fornire più volte le stesse informazioni alla pubblica amministrazione.

Le istituzioni pubblicano le proprie API nel catalogo api.gov.it e autorizzano l’utilizzo dei dati tramite token, che permettono di tracciare gli scambi informativi. La piattaforma collega oggi oltre 9.000 soggetti, tra amministrazioni centrali, enti territoriali, università e attori privati. In termini concreti, questo significa che i cittadini possono trovare moduli precompilati con i propri dati personali e che l’idoneità a benefici e prestazioni può essere verificata automaticamente, senza dover presentare ripetutamente gli stessi documenti.

L’esperienza italiana conferma una lezione generale del report OCSE: le infrastrutture digitali generano valore solo se vengono adottate diffusamente e integrate stabilmente nei processi pubblici.

CONCLUSIONI

Il Digital Government Outlook 2026 restituisce un messaggio chiaro: i governi hanno costruito molte delle fondamenta necessarie alla trasformazione digitale ma ora devono renderle operative su larga scala. La nuova fase del governo digitale non sarà definita dalla quantità di tecnologia adottata bensì dalla capacità di trasformarla in risultati tangibili.

Per le pubbliche amministrazioni, questo significa rafforzare governance, competenze, interoperabilità e valutazione dell’impatto. Per cittadini e imprese, significa poter contare su servizi pubblici più semplici, integrati, accessibili e realmente centrati sui bisogni.

In definitiva, la trasformazione digitale del settore pubblico entra in una fase più esigente, in cui l’innovazione deve dimostrare di produrre fiducia, efficienza e qualità delle prestazioni.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureata in Economia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, con una tesi in Finanza Aziendale Internazionale. Successivamente ha conseguito un master di II livello in “Concorrenza, economia della regolamentazione e della valutazione”, presso la medesima università.